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- E la mia ricompensa?

E io che avevo davvero creduto che mi avrebbe fatto un piacere senza chiedere niente in cambio.

- Jimin... ne abbiamo già parlato.

- Del fatto che non ti interessano gli uomini o che non ti interesso io in particolare?

Non sapevo neanche quello. Forse nessuna delle due. O entrambe. O soltanto la seconda.
Jimin si accorse subito della mia indecisione e non riuscì a trattenere un sorriso impaziente.

- Non dirmi che...

- No.

Mi tirò un po' la manica.

- Eppure prima eri disposto a farlo per sapere la verità.

- Che intendi?

- Se non avessi parlato... mi avresti lasciato fare.

"Vicino. È troppo vicino"

Odiavo ammetterlo, ma aveva ragione. E no, non lo avrei fatto neanche per sapere la verità.

- Mai.

Jimin sospirò e fece ricadere la testa sul materasso. A quel punto avrei dovuto alzarmi e andarmene,
ma non riuscivo a muovermi.

Il biondo era esattamente lì, sotto il mio corpo, con la testa rivolta all'indietro e il petto scoperto. Eravamo così vicini che potevo sentirlo respirare contro il mio torace.  

- Non vai?

Jimin aveva alzato il capo e stava cercando di decifrare la mia espressione. In quel momento dovevo sembrare proprio un idiota, ma la verità era che non riuscivo a fare altro che continuare a pensare a quello che stava succedendo. Perché mi ero ritrovato disteso addosso a quel ragazzo? Mi sembrava di aver dimenticato tutto il resto. Perché ero andato da lui? Ero andato lì apposta per vederlo? Probabilmente no, ma ci eravamo incontrati. Ed era così difficile lasciarlo andare, ma perché poi? Anche lui stava pensando le stesse cose?
Non volevo andare via.

- Non voglio andarmene.

Lo avevo davvero detto ad alta voce? Forse sì, perché Jimin mi mostrò un'espressione confusa. Era così bello.

- Allora resta.

Il suo viso si fece più serio che mai. La mascella serrata, i capelli scompigliati, il petto che si alzava e abbassava lentamente, il polso bianco che emergeva fra le pieghe della coperta.
Avevo bisogno di una scusa per restare. Una scusa soprattutto per me stesso.

Scossi la testa. Cosa stavo fancedo? Mi alzai all'improvviso, al punto che mi girò la testa per qualche secondo.

- Jungkook!

In un attimo Jimin fu in piedi accanto a me. Il modo in cui pronunciò il mio nome mi mandò di nuovo in confusione. Perché non mi lasciava andare? Anche quando mi diceva che potevo andarmene, c'era sempre qualcosa che gridava. Non era la sua voce, era il suo semplice muoversi e respirare nella stessa stanza in cui mi trovavo io. Voleva che restassi con lui. Anche io lo volevo, in quel momento più che mai.

Mi voltai a guardarlo. La temperatura della stanza era schizzata alle stelle, o forse erano soltanto i nostri corpi. Anche le guance di Jimin si erano colorate di un rosa quasi innaturale. Gli cinsi il collo con una sola mano. I capelli erano leggermente bagnati alla base. Parlai contro le sue labbra.

- La prenotazione dell'altra sera... vale ancora, vero?

L'altro annuì, esitante. Mi aveva aspettato così a lungo e ora aveva paura di me? Però pensandoci bene anche io avevo paura di lui, del modo in cui mi faceva sentire. Del modo in cui gli strinsi la nuca finché le nocche non mi fecero male; del modo in cui feci scorrere le dita tremanti fra i lacci della sua maglia, fino a scioglierli; del modo in cui gli strinsi un fianco con la mano libera e lo attirai a me. Sembrava così piccolo mentre se ne stava immobile, con il viso bollente premuto contro il mio petto. Eppure in quel momento non avevo bisogno di altro. Lo baciai. All'inizio fu un tocco leggero, una prova. Poi lui schiuse le labbra e non esitai più. Intrecciai la lingua alla sua, all'interno era ancora più caldo. Sentivo il sudore correre giù per la mia schiena, ma non mi importava. Volevo perdermi in quell'abbraccio febbrile o qualsiasi cosa fosse.

Jungkook's birthday ↬  𝒋𝒊𝒌𝒐𝒐𝒌Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora