Capitolo VII

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Capitolo VII

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              Robin è un tipo strano. Joshua ha la sensazione che non abbia ben chiaro il principio del buon gusto, almeno per quanto riguarda il vestirsi. Indossa il giubbotto di pelle nero slacciato davanti, ed è un pugno nell'occhio sopra alla divisa scolastica verde bottiglia. Ai piedi porta converse blu che, in tutto quell'insieme, gli danno l'impressione che si sia buttato letteralmente nell'armadio e abbia pescato i primi capi che gli sono capitati a tiro. Ha un'aria scostante, le mani infilate nella giacca, con quel fare da spaccone che, però, trasmette qualcosa di innaturale e di forzato - che lo fa sembrare quasi goffo. Non porta con sé né una cartella, né tantomeno una borsa e Joshua si chiede dove abbia lasciato i libri e il materiale scolastico, visto che si sono incontrati di fronte casa e lui non è passato nemmeno a salutare sua madre. Camminano l'uno accanto all'altro, in silenzio, e l'ultima cosa che Robin gli ha detto è stata: «Seguimi».

   Joshua ha fatto come gli ha detto, e lo sta seguendo. Hanno superato il cancello elegante del residence dove vive Maria - e anche suo figlio, e hanno imboccato una stradina proprio di fronte. È stretta e pedonale, con solo abitazioni ma, ad un tratto, quando alza lo sguardo, vede l'insegna di un pub, scoprendo poi che è quella la loro destinazione.

   Si chiama "Dal Pettirosso[1]" e a Joshua viene da ridere, a quel nome, e capisce perché Robin l'ha portato proprio lì. Lo guarda, e l'altro non ricambia, apre solo la porta con disinvoltura e gli fa cenno con la testa di entrare. Dentro non c'è molta gente, solo una manciata di anziani che giocano a carte e una ragazza che pulisce dei tavolini di legno probabilmente molto vecchi, ma che danno un'aria rustica al pub. Quando entrano, lei va loro incontro e saluta Robin con un sorriso confidenziale che lui non ricambia.

   «Ciao, oggi hai compagnia!», dice la ragazza, stupita. Il figlio della signora Soria sembra a disagio.

   «Ci dai un tavolo, per favore? Appartato, se possibile. Abbiamo delle cose di cui discutere.» Robin parla come se si trovasse in un film di spionaggio e Joshua crede di averlo in qualche modo già inquadrato. È uno di quei tipi che tenta, con tutte le sue forze, di risultare il figo di turno ma che, miseramente, non ci riesce. L'abbigliamento è quello del tipico bullo da scuola superiore ma, la poca cura nel dettaglio, non gli lascia adempiere in quel compito fino in fondo. I suoi modi sfrontati non sono abbastanza mordenti per ricoprire quel ruolo e, il bisogno di specificare certi dettagli, gli dà un'aria da attore fallito.

   Una persona un po' patetica, pensa Joshua, ma nel modo meno critico possibile, per quanto la parola patetico possa avere significati positivi, in qualche modo.

   La ragazza chiude lì in discorso, forse non volendo alimentare ulteriori sceneggiate da film e li accompagna ad un tavolo che si trova in fondo alla piccola sala, illuminato da alcune applique sul muro che irradiano quel punto di una luce molto calda. È accogliente, ma c'è qualcosa di oscuro in quella porzione di spazio senza finestre.

   Si siedono uno di fronte all'altro, e la ragazza lascia loro dei menù che, però, nessuno dei due inizia a consultare.

   Joshua lo guarda interrogativo, vorrebbe chiedergli perché lo ha invitato lì e se lo ha fatto con un fine in particolare. Perché ora e non la volta prima, quando lo ha visto suonare il pianoforte e poi circondato dai morti. Perché, se lui non ci crede, sa dell'incarico che Maria gli ha affidato.

   Ecco, questa è la cosa che gli preme più di tutto.

   Robin si guarda intorno, con le sopracciglia inarcate all'insù, e per quanto stia cercando di mostrarsi sicuro di sé, si vede lontano un miglio che è agitato e che sta aspettando una sua mossa.

Non Chiedermi dei Morti - Volume 1Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora