19.Gli stratiotes

96 0 0
                                    

A volte si svegliava sola.
A volte si svegliava con gli occhi umidi e le guance bagnate.
A volte si svegliava senza sapere dove si trovava, smarrita.
A volte si svegliava e sperava che non fosse successo.
A volte la sensazioni nei sogni le sembravano così reali che avrebbe potuto dormire per sempre.
A volte quei sogni erano più reali della realtà.
Ma per quanto il suo corpo combattesse per restare al di là...si svegliava.
E la sensazione appena apriva gli occhi e si trovava in quel posto così deludente e così familiare era ancora di percepire quello che aveva vissuto nei suoi sogni.
Ma appena il suo piede toccava il pavimento freddo e duro, li dimenticava.
Non tutti però.
Alcuni erano talmente profondi e sconvolgenti che mai niente e nessuno avrebbe potuto cancellarli.
Nemmeno gli dei che la avevano creata.
A volte rivedeva gli occhi colmi di lacrime di sua madre.
Altre volte quelli di tonalità scure e avvolgenti di suo padre.
E quando i volti dei suoi genitori la raggiungevano nei suoi sogni sentiva il suo cuore raggrinzirsi, restringersi fino a farsi piccolo piccolo, indifeso.
A volta le sembrava che si fermasse per un attimo, che tutto il suo corpo diventasse freddo tranne che per le lacrime calde che le bagnavano le guance.
Le sembrava di vivere una doppia vita.
Una talmente finta da sembrarle reale.
È una talmente reale che sperava che fosse solo finzione.
Parte di lei viveva nel sogno e parte di lei viveva nella realtà, come se il suo stesso io fosse spezzato in due metà gemelle ma vittime di due diversi destini.
Il problema è che queste due parte di lei non erano mai complementari, la vera parte di lei non riusciva a comunicare con quella del sogno.
Erano due facce di una stessa medaglia che non si erano mai riuscite a guardare veramente in faccia.
A volte però la parte del sogno non spariva completamente e la sua vera parte restava nascosta in attesa di vivere la sua metà di vita mentre l'altra confusa di trovarsi in un mondo non suo, trovava ciò che più vi si avvicinava.
E in quei giorni lei leggeva.
Non staccava mai gli occhi dalla pagina, si immergeva completamente in quel mondo non suo ma molto simile.
E continuava finché non ritornava a casa e al mattino seguente la vera parte di lei si trovava così, senza un senso, senza un tempo, senza una storia.
Le sembrava di non aver vissuto i gironi precendenti anche se era cosciente dei piccoli gesti o conversazioni avvenuti, non le sembravano veramente suoi.
Come se li avesse vissuti solo in parte, come se il ricordo sfocato di una ciao fosse tutto ciò che rimaneva da un intera giornata, o forse più di una, della sua noiosa e miserabile vita.
Non sapeva nemmeno lei come o perché, ma qualcosa, un fuocherello dentro di lei la faceva alzare in piedi e la faceva vivere, ogni giorno con un ricordo meno sfocato, ogni giorno con più consapevolezza.
Ma poi la lei del sogno tornava e ricominciava tutto da capo.
Era una continua lotta per un risultato che non sarebbe mai arrivato, per una realtà piena che non avrebbe mai vissuto.

-------------
ARIA

L'arco era a terra accanto ai miei piedi.
Non mi ero nemmeno accorta di averlo lasciato andare, troppo presa nel fissare dove la freccia era arrivata.
Il bersaglio che inconsapevolmente avevo scelto in preda all'orgoglio e alla rabbia.

La pedana si era fatta improvvisamente silenziosa..
I ragazzi intenti da ore a fronteggiarsi sul quel pavimento legnoso si erano fermati tutti.
Per guardare me.
Narciso e il suo gentile amico non facevano eccezione.
Anche loro si erano voltati per fissare la direzione da cui la freccia era partita con espressioni confuse e improvvisamente attente.
Tutti fissavano me.
E ora?
Cosa avrei dovuto fare?
Nella mia mente non avevo previsto cosa sarebbe stato meglio fare dopo.
Perché non avevo calcolato un dopo.
Non mi ero nemmeno resa pienamente conto di aver fatto quello che avevo fatto.
E diamine avrei potuto ferire qualcuno, avrei potuto causare una tragedia.
Pochi centri metri più a sinistra e avrei colpito Narciso direttamente in testa, o colpire qualcuno dei ragazzi intenti a fronteggiarsi sulla pedana.
Ero una stupida.
Una stupida incosciente.
E cosa avevo intenzione di fare con quel gesto?
Attirare l'attenzione?
Bene ci ero riuscita.
E adesso sicuramente mi avrebbero cacciata da quel posto e non mi avrebbero permesso di tornarci, sicuramente un buon inizio.

GLI ASSENTI  (Soulless chronicles)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora