1.35 ● OPPURE, MI PRESENTO IO!

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Il telefono squillò interrompendo la mia sessione di composizione, quella che mi sforzavo ormai da tempo di fare per non pensare troppo a fangirl.

Sul display c'era la faccia sorridente di Nate.

Accettai la chiamata e immediatamente la sua voce mi investì. «Ehi fratello, sto arrivando!»

Quella frase mi risucchiò i pensieri dalla mente e subito dopo li rigettò in forma di uragano. «Cosa?» balbettai, «No! Nate, tu non puoi decidere di venire qui di punto in bianco!» mi alzai dal pianoforte e corsi su per le scale, guardandomi attorno come se lì ci fosse stato un qualsiasi strumento che mi avrebbe salvato dalla catastrofe Nathan.

Alcuni rumori di fondo provennero dal cellulare: un motore che si fermava, una portiera che sbatteva.

«Ah, e da quando devo chiederti il permesso per tornare a casa?» domandò risentito.

«Non ora, Nate! Non mi sembra il caso!» gli dissi a denti stretti e sottovoce, come se fangirl fosse stata a casa invece che a scuola. Mi aggiravo per la camera da letto a grandi cerchi, senza meta, tentando di trovare un modo per tenerlo lontano.

«E dai Mick, non puoi pensare di lasciarmi fuori solo per la figlia di tua zia!» insistette.

Non riuscivo a dire di no a Nate e in quel momento era una questione di riservatezza. «È una fangirl, te l'ho detto. Metti che dici una parola di troppo e...»

Ci furono dei brontolii dall'altra parte, poi dei suoni metallici.

«Senti, fratello, è una vita intera che stiamo insieme. E lo sai che se c'è uno che è più muto di un morto qui sono io.» continuò, ostinato.

«Ma che cosa le dico?» Stavo per cedere, lo sentivo. Era inutile combattere contro di lui.

«Mi presenti, no? Oppure, mi presento io! Gh!» rise sardonico.

Stavo pensando a cos'altro inventare ma il campanello della porta di casa dentro al telefono interruppe il pensiero e l'ansia si trasformò in emicrania. Mi schiaffeggiai la fronte. «Non ci posso credere.»

La telefonata era ancora in corso.

Quasi sicuramente l'ultima parte della conversazione l'ha fatta mentre era a cavalcioni sul cancello del giardino.

«Ci mancava solo lui.»

Mi precipitai lungo le scale, saltando i gradini a tre alla volta, il campanello non smetteva di suonare.

spalancai l'entrata. Lui era davanti alla porta sorridente e soprattutto, eccezionalmente asciutto.

«Bene, vedo che non hai perso tempo ad andare a fare un tuffo in piscina.» ansimai.

Le sue sneakers finirono sul vialetto con un paio di calci. «Mick!» era raggiante. Entrò e si buttò addosso a me, in un abbraccio smisurato che per quanto durò, mi fece dimenticare le mie preoccupazioni e sciogliere ogni tensione.

«Giornata libera? Non lavori più il venerdì?»

Si distaccò da me e chiusi la porta.

«Serrata. Ieri sera c'è stata una rissa. Ho cercato di raffreddare gli animi ma c'è scappato il ferito e poi la denuncia.»

«Ma dai! Eppure, è un locale tanto tranquillo!» risposi, con una punta di sarcasmo.

Sorrise mentre anche il giubbotto di pelle volava sul divano. «Da quando ci sono io sì. Però ogni tanto qualche vecchio avventore cerca di entrare lo stesso e fare casino.»

Si fermò in mezzo alla sala, appoggiò le mani sui fianchi e si guardò intorno. Alzò la mano per salutare miss Scarlett che si era affacciata in cima alle scale per il trambusto. La donna sorrise e il suo volto si fece più arrossato. Scossi la testa, Nate le ammiccava e faceva mosse col bacino. «Allora, a quanto vedo sei comunque da solo, in casa, Scarlett a parte.»

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