1.40 ● UN 'RAGAZZO' ALLEGRO

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TW: Nathan fa diventare spicy tutto quello che tocca. Siete avvertit*

Per alzarmi dal letto dovetti liberarmi dalla presa salda di Nate, avvinghiato a me come un bambino al suo Teddy Bear.

Va sempre a finire così.

Un braccio passava sotto al collo e arrivava a stringere la mia spalla sinistra. Afferrai il polso e mi liberai, spostai la sua mano sinistra dalla mia pancia, infine divincolai la gamba dalla presa delle sue, annodate sulla caviglia.

Mi alzai e andai in bagno.

Feci appena in tempo a stare in pace per cinque minuti, ma quando raggiunsi il lavandino, le sue mani mi arrivarono sulle spalle e mi trascinarono in camera. Mi ritrovai sdraiato per terra, prono, su un asciugamano da spiaggia. Il telo era steso sopra al tappeto a pelo alto in mezzo alla stanza.

Con un paio di gesti veloci mi sfilò la canottiera e le mutande.

«Nate? Che fai?»

«Hai bisogno di rilassarti, fratello!» Mi afferrò i piedi.

«Nate, io...»

«Zitto e rilassati!» ordinò.

Chiusi gli occhi e respirai a fondo. L'essenza di mandorle che stava usando, mescolata a menta e limone, percorse le mie narici e rapida aggredì i miei sensi, in una scossa che dalla fronte si propagò ai piedi dove già lui stava lavorando sui plantari.

Schiacciava i punti di pressione in maniera ritmica, provocandomi pizzicori su tutto l'arto. Con gesti esperti risalì sulle caviglie, spingendo ritmicamente i muscoli che si distesero, accompagnando il flusso del sangue con le dita e il palmo, verso il quadricipite. Premette dietro al ginocchio e la tensione degli arti si sciolse, proseguì con i pollici verso i miei glutei. Lì si soffermò, iniziando a canticchiare. I polpastrelli delle sue dita disegnavano linee rette che dal lato della gamba si trascinavano su fino ai lombi, facendo rilasciare al mio corpo scariche di calore che andavano a concentrarsi, per la maggior parte, sul ventre. Piano un altro tipo di tensione iniziò ad aumentare, che non percepivo da diverso tempo.

La pressione raggiunse i muscoli della schiena, che incurvai d'istinto.

«Cavolo fratello, sei una roccia, e non in senso positivo.»

La fitta che mi provocò allentò di poco la compressione che si era venuta a creare tra l'asciugamano e il mio bacino. Quando si confuse con un nuovo stimolo, che si diffuse ai lombi, emisi deboli gemiti di protesta.

«Fratello, è logico che ti faccia male, non ti lasci andare. Adesso ti sistemo io.»

Dai movimenti delle sue mani potevo capire che non era più al mio fianco, ma si era messo a cavalcioni su di me, senza appoggiarsi, per arrivare meglio a punti più specifici del dorso.

Il dolore si fece misto a piacere postumo, il mio corpo rispondeva al suo tocco e poco dopo, anche la testa si arrese.

«Ora girati.» la sua voce era calma e soddisfatta, mentre si alzava.

«Non ne ho voglia» protestai «sto bene così, grazie.»

Non ci pensò due volte a rotolarmi sul pavimento e a scoprire perché non volevo girarmi.

«Oh! Abbiamo un ragazzo allegro, qui!» Esclamò con malizia.

«Sei tu, non è colpa mia!» Mormorai, senza nemmeno tentare di coprirmi, né aprire gli occhi.

Nella mia mente, ubriaca di menta e limone, i pensieri avevano rallentato, frenati dai rimescolamenti delle sue mani e dalla penombra delle mie palpebre semichiuse.

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