Capitolo 5

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Man mano che i giorni in ospedale passano il rapporto con i miei nuovi amici migliorava: ormai mi sentivo parte del gruppo e venivo sempre coinvolta nei loro discorsi.
Al contrario, però, quello con il cibo peggiorava.
Tutti quanti pretendevano che io ricominciassi di botto a mangiare normalmente, ma nessuno poteva capire come mi sentissi realmente.
Dopo una settimana dal mio ricovero era arrivato il giorno della visita per il controllo del peso dalla nutrizionista.
Ce la avrei dovuta avere prima di pranzo, così mi svegliai con calma, cercando di inventarmi qualche scusa per saltare la visita, ma in fondo nessuna era abbastanza convincente quindi mi toccò andarci.
Quando si svegliò anche Nina io stavo per uscire, così mi chiese dove stessi andando e io le comunicai della mia visita dalla nutrizionista.
La ragazza mi augurò buona fortuna sorridendo e io uscii.

-Ok Alice, quindi è passata una settimana dal tuo ricovero giusto?- mi chiese la nutrizionista una volta arrivata da lei.
Io confermai e lei mi chiese di salire sulla bilancia per vedere com'ero messa dopo una settimana.
In quel momento mi rimbombarono in mente le parole di Davide: "Ma come hai fatto a ridurti in questo modo? Ti si vedono tutte le ossa. Quanto pesi? 35 chili?".
Presa dalla curiosità guardai in basso, verso quel dannato numero: 38kg.
-Sei dimagrita di un chilo- riferì la dottoressa, e si segnò il peso sul suo computer.
Ma in quel momento non m'importava del suo pensiero; ero dimagrita e questo è l'importante.
-Ma quindi... quando potrò uscire da qua?- chiesi d'un tratto.
-Beh, dipende dal tuo impegno. Devi tornare al tuo normopeso innanzitutto, poi concludere il tuo percorso dalla psicologa e intanto continuare le visite da me, seguendo il piano alimentare che, a proposito, prescriveremo una volta che starai meglio- rispose.
-Ah ok- dissi, un po' delusa.
Ci avrei dovuto mettere davvero così tanto tempo?
Come se stessi davvero così male.
Leo, Nina, Rocco, Davide... loro sì che stanno male e io che mi sto a lamentare sempre.
Subito dopo la visita controllai l'ora: erano già le 12 e questo significava che era l'ora di pranzo e mi diressi in mensa. Ci andavo sempre presto, prima dei miei amici, così non mi sarei dovuta sedere accanto a loro; a tavola volevo sempre stare da sola, in modo che nessuno potesse giudicarmi e vedere cosa e come avrei mangiato .
L'idea di essere costretta a mangiare mi fece venire la nausea, e mi venne da piangere, per colpa della paura di ciò che mi verrà messo sul piatto.
Così feci una cosa.
Una cosa che ormai facevo spesso; una cosa che da un lato mi faceva sentire bene ma dall'altro mi faceva sentire anche in colpa.
Mangiai la mia porzione di verdure senza problemi, poi sputai ogni boccone di pasta al pomodoro in un tovagliolo e una volta fatto corsi in bagno a buttare quella roba.
O così o sarei stata costretta ad indurmi il vomito, ma cercavo sempre di evitarlo.
Quando mi accorsi che la mensa si stava iniziando a riempire di persone, uscii velocemente, per cercare di evitare di incontrare qualcuno che conoscevo e che mi avrebbe chiesto cosa ci fosse nel tovagliolo che stringevo in mano e corsi in bagno.

Fu quando mi stavo dirigendo in camera che mi accorsi che passavo tutte le giornate chiuse in camera standomene per conto mio, un po' come facevo prima a casa, a differenza di altri che quando di annoiavano si facevano un giro per l'ospedale conoscendo persone nuove e passano del tempo con quelle che conoscevano già.
"Avrei bisogno di distrarmi un po', soprattutto in questo momento" pensai, e cambiai percorso.
Mi misi a camminare, senza sapere neanche dove mi stessi dirigendo, fino a che non mi ritrovai vicina al reparto pediatria, nella quale trovai una stanza piena di bambini che giocavano.
Nessuno lo sapeva, ma mi erano sempre piaciuti i bambini, piccoli individui così innocenti, spensierati e pieni di vita. Ogni volta che vedevo un bambino giocare, rivedevo me e mia sorella Matilde, più grande di me di 5 anni, che giocavamo insieme. Giocavamo alla scuola, lei era la maestra e io l'alunna, giocavamo alle winx, io volevo sempre essere Flora e lei mi lasciava farlo, ci travestivamo da principesse e ci truccavamo, per non parlare di tutte le ore passate a giocare e a correre al parco. Poi all'improvviso divenne "troppo grande" per stare con me: iniziò le scuole medie, e se i suoi compagni avessero saputo che giocava ancora con me la avrebbero sicuramente presa in giro. Ma io ero troppo piccola per capirlo e ci rimanevo male quando Matilde passava il tempo con i suoi amici grandi invece che con me.
Mi chiesi se avessi potuto entrare per giocare con quei bimbi; ero sempre abituata a rispettare le regole  ma questa volta decisi di entrarci lo stesso.
Una volta entrata notai che i bambini giocavano in piccoli gruppetti, o addirittura da soli. C'erano quelli che giocavano con le macchinine, delle bimbe che giocavano alla cucina e altre con le bambole. Non sarebbe stato più divertente giocare tutti insieme?
Sentii un timido "ciao" e mi resi conto che era rivolto a me. Abbassai lo sguardo e vidi una bambina che avrà avuto 5/6 anni con capelli biondi come i miei raccolti in due codini.
-Ciao piccola, come ti chiami?- chiesi, con un tono dolce che usavo solo con persone fino ai 10 anni.
-Anita- rispose, stringendo il suo coniglietto di peluche.
-Ciao Anita, io mi chiamo Alice, chi è questo tuo amichetto?-
-È il mio coniglietto. Vuoi giocare con me?-
Mi scioglievo sempre quando mi facevano quella domanda: come si fa a dire di no?
-Ma certo cucciola, a cosa vuoi giocare?-
Ci mettemmo a giocare con le costruzioni, e costruimmo un lettino per il suo coniglietto.
Anita parlava molto poco, ma sorrideva tanto.
Era come se finalmente avesse trovato qualcuno con cui giocare. Mi rivedevo in lei, in qualche modo.
A un certo punto, sentendomi osservata, mi voltai e vidi il dottor Carletto, un simpatico medico tirocinante.
-Anita, adesso devo andare, è stato bello stare con te- le comunicai.
-Tornerai un altro giorno?-chiese.
La fissai per qualche secondo, indecisa su come rispondere. -Certo, tornerò-.
Sperai che sarei potuta tornare sul serio, per non farla sperare inutilmente.
-Come mai sei qui?- mi chiese Carletto, quando uscii.
-Scusami, forse non sarei dovuta andare, o perlomeno chiedere il permesso... ma non ci andrò più se non posso...-.
-No, no, è tutto apposto. Era solo per chiedere; se hai piacere di passare del tempo con i bambini puoi farlo tranquillamente-.
Lo ringraziai, per la sua gentilezza, e decisi che sarei tornata un altro giorno, magari un giorno in cui avrei voluto distrarmi e staccare la spina.
Riflettei del fatto di aver migliorato la giornata di qualcuno, il che mi fece sentire fiera di me stessa, dopo tanto tempo.

Ho trascorso il pomeriggio sdraiata sul letto dell'ospedale, facendo un ulteriore flebo e ascoltando un po' di musica. Nina, invece, stava leggendo un libro, un libro sull'astronomia, una sua grande passione.
Verso le 16, vidi entrare nella nostra camera Leo in compagnia di Davide, il quale era intenzionato a spendere il resto del pomeriggio facendo un giro nel grande giardino dell'ospedale.
Nina accetta subito, mentre io ero abbastanza titubante: era un sacco di tempo che qualcuno non mi chiedeva di uscire, quindi mi ero abituata a stare sempre in casa al chiuso.
-Ali, te non vieni?- chiese Leo.
-Dai Stella, non fare la rompipalle, nessuno ti ha mai chiesto di uscire?- disse Davide, delicato come al solito.
-Ok, vengo- annunciai, guardando male il moro.
-Ottimo, andiamo allora!- esclamò contento Leo.
A noi si aggiunse anche Toni, e passammo proprio un bel momento insieme.
Ad un certo punto ci mettemmo a raccontare di come stavano andando le nostre visite.
-Leo, Nina mi ha detto che domani avrai un'altra dose di chemio, come sta andando? È doloroso?- chiesi.
-Beh... potrebbe andare meglio. Infatti sono un po' preoccupato di come andrà a finire. Però provo a non pensarci-. rispose, facendo un sorriso forzato.
Avevo sempre ammirato Leo come persona, gli erano successe tante cose nella vita, ma lui sorrideva sempre, cercando di accettare tutto e andare avanti.
Io invece ero l'esatto opposto: mi chiudevo sempre in me stessa quando mi succedeva qualcosa, ignorando tutto e tutti.
-Te invece come vai?- mi chiesero.
-Bene, oggi ho pure visto la nutrizionista, sto iniziando piano piano a migliorare- mentii.
-I dottori mi vogliono ancora tenere qui, per ulteriori controlli e accertamenti... hanno veramente rotto- raccontò Davide.
-Dovresti ascoltarli, sanno loro cosa è meglio fare- dissi.
-Ma va? Cosa sei? Mia mamma?- mi stuzzicò Davide.
E io che cercavo di essere carina.
-Sei tu che hai rotto facendo così-.
-Dai ragazzi, basta- cercò di placare gli animi Toni.
Così la smettemmo, e continuammo tutti con la nostra chiacchiera.
-Ehi, vi va di fare merenda?- chiese qualcuno all'improvviso, non ricordai bene chi lo aveva chiesto, ero troppo concentrata sulla domanda e su quale scusa mi sarei potuta inventare in così poco tempo.
I miei amici risposero di sì, mentre io rimasi silenziosa.
-Se non te la senti, fa lo stesso- mi sussurrò Nina, che fino a qual momento era stata la più comprensiva.
-Tutto questo solo per una merenda? Deciditi: vieni o no?- si intromise Davide.
Per lui magari quella era una domanda di poco valore, ma per me non era così semplice rispondere.
Ecco tutti gli occhi che mi guardavano aspettando la mia risposta. 
-Potrei...-
Eri pure dimagrita... vuoi davvero rovinare tutto?
-No, non posso mi dispiace. Io torno dentro, ci vediamo domani- dissi, ridendo nervosamente per alleggerire la tensione.
E così me ne andai in fretta, ancora presa dall'ansia.
Stavo passando una bella giornata, perché la gente era sempre così fissata nel mangiare? Non lo avevo mai capito e mi impediva di passare del tempo con le persone a cui tenevo.
Mi rifugiai a letto e, sentendomi improvvisamente assonnata, mi addormentai.

Non so quanto durò quella dormita: mezz'ora? Un'ora? So solo che venne interrotta dal cigolio della porta: era ritornata Nina, con un bel sorriso in volto.
-Alice, dovevi davvero esserci, non sai cosa ti sei persa: Toni stava portando un bicchiere d'acqua a Davide, fino a che non è inciampato e gliel'ha versato nella maglia- esclamò ridendo.
-In effetti mi sarebbe piaciuto assistere a quella scena- ammisi.
-Cos'avete voi due?- domandò, sedendosi vicina a me.
-Non lo so, è lui che ce l'ha con me: è antipatico e mi deride sempre!-
-Sai, Davide è sempre un po' così all'inizio, ma quando lo conosci davvero non puoi non volerlo bene-
-Se lo dici tu- dissi, poco convinta.
-Ah si, però non l'ho mai visto attribuire un soprannome ad una ragazza; Stella- concluse sorridendomi.
Non so per quale motivo, ma sentii le guance diventare leggermente rosse e mi girai dall'altra parte per cercare di non darlo a vedere.
Se pensava che tra noi due ci potrebbe essere qualsiasi cosa, si sbagliava di grosso: noi due non eravamo nemmeno amici, quindi figuriamoci... qualcos'altro. Mi disgustavo al solo pensiero.

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*spazio autrice*
Ciao lettori❤️,
come vi è sembrato il nuovo capitolo? Spero vi sia piaciuto. Abbiate ancora un po' di pazienza, che tra poco arriveranno fatti più interessanti. 😏
Vi ricordo di lasciare una stellina, se la storia vi sta piacendo e ci vediamo al prossimo capitolo! 😘

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