1.49 ● COSA MI MANCA?

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Il secondo mattino di sospensione trovai fangirl già in cucina a fare colazione.

Sua madre si stava mettendo la giacca e la mia prendeva la borsetta e le chiavi della macchina.

Sharon si fermò di fronte a me. «Che cosa farete oggi?» il suo sguardo circospetto non si era spento, anche se le medicine l'avevano tranquillizzata.

L'irritazione che mi provocava la diffidenza di quella donna, malgrado fossi un familiare, era pari alla reazione del contatto col burro di arachidi.

«Secchione mi porta in biblioteca.» Fangirl sorrise e si ficcò in bocca un cucchiaio pieno di cereali.

«Sì, esatto.» le ressi il gioco. «Il piano era quello.»

Sharon annuì senza rispondere e seguì mia madre.

Magari saperci in un luogo pubblico la convince che non posso mettere le mani su sua figlia.

Rimasi sull'uscio esaminando le sfumature dei ricci quasi disfatti di fangirl.

L'aveva capito che non era stata un'idea di mia madre? Cos'aveva pensato? Ero stato troppo invadente? Non aveva dato un minimo segno di gratitudine o offesa che fosse.

Provai a immaginare una sua reazione di stupore o felicità e per pochi attimi mi sentii leggero. Il liquido melmoso e pesante che mi malediceva da anni la mente si trasformò in vapore chiaro che aveva il suo profumo di fragola.

La porta del garage fece uno scatto e lei si allontanò dalla ciotola con la solita faccia schifata di quando mangiava i cereali integrali.

«He hai?» farfugliò.

Presi un lungo respiro e tornai giù, nella realtà. «Non si parla a bocca piena.»

«...bocca piena.» Terminò la frase con me facendomi il verso.

Per un secondo lasciai andare un sorriso, in fondo, era un po' buffa quando parlava a quella maniera.

Mi avvicinai, c'era un po' di scuro sotto gli occhi, come se non avesse dormito. «Stai bene? Biblioteca?»

«Sì, certo.»

«Le hai detto una bugia per farla stare buona?» Aprii uno degli sportelli della dispensa.

Lei abbassò la testa, mise giù il cucchiaio e pose le mani sulle gambe iniziando a muovere le dita. «Mi ci vuoi portare?» parlò sommessa.

«Una richiesta strana, ma va bene. Magari posso studiare anche io.»

Dopo colazione, nel giro di mezz'ora si presentò con il suo zainetto, pronta per partire.

Arrivati là, iniziò a girovagare come se già sapesse dove andare.

La seguii tra gli scaffali, finché non finimmo nella sezione delle poesie, poi tirò fuori qualche libro a caso e li mise sul tavolo, infine, prese fuori un quaderno e una biro e ne aprì uno, mentre attendeva che si accendesse il piccolo computer, di fianco alla postazione.

Mi sedetti poco più in là. «Posso sapere cosa fai?»

Come a casa, nascose le mani sotto al tavolo e invece di guardare me, fissò fuori dalla grande finestra di fronte a lei.

«Mi piace leggere i libri di poesia. Ci trovo delle parole nuove. E mi piacciono le loro lettere messe insieme e le rime. E poi vado a vedere cosa vogliono dire. Anche se a volte non so come si provinciano. A volte sì. Alcune invece si dicono in modo diverso da come penso.» Contemplò gli alberi del giardino che circondava l'edificio.

«Pronunciano.» Corressi.

Si voltò di scatto accigliata. «Cos'hai detto?»

«Come si pronunciano le parole. Volevi dire quello?» domandai, paziente.

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