Capitolo 10

175 14 5
                                    

Lei era lì, era sempre stata lì, dal primo giorno che avevo riaperto gli occhi e mi ero sentita smarrita, come un libro a cui sono state strappate le pagine e non ha più nulla da dire, da raccontare. Non ero altro che una storia cancellata, destinata a cercare in eterno quelle pagine nella speranza di tornare intera, capace di essere, per ricominciare.
Non aveva esitato ad aiutarmi ed era stata al mio fianco senza chiedermi né aspettarsi nulla in cambio.

«Non sei ormai stanca di me?» le chiesi, con la testa ancora poggiata sul suo addome.
Faith rise leggermente alle mie parole e con le dita iniziò ad asciugare le mie lacrime.

«Per qualche motivo pensi sempre di non essere gradita. Come se non appartenessi a nessun posto, nessun luogo. Una presenza ingombrante che, presto o tardi, verrà messa da parte.» parlò, colpendomi in pieno con le sue parole. Mi aveva capita con poco, come se per lei non fossi più un segreto da svelare.
Non mi ero mai sentita indispensabile, nemmeno una singola volta nella mia vita, nemmeno quando mio padre mi ripeteva che ero una bambina speciale, una su un milione, colei che era destinata a fare grandi cose. Mi aveva mentito, lui mentiva sempre, tutto per tenermi buona, pronta ad eseguire ogni suo ordine. E mia madre beh, non aveva mai pronunciato nessuna parola, non aveva mai trovato il coraggio combattere mio padre, lottare per me. A volte aveva cercato di farmi vivere degli attimi di normalità ma non ha mai cercato di tirarmi fuori da quella situazione, forse perché in fondo non le dispiacevano i soldi che guadagnavano provocandomi puro malessere.
Non ero altro che uno strumento, uno che, presto o tardi, sarebbe stato sostituito e infatti, alla prima occasione, era successo.

«Non è forse la verità?» le chiesi, senza smettere di suonare. Faith scosse il capo e continuò ad asciugare le mie lacrime, senza curarsi minimamente del fatto che stesse bagnando la fasciatura.

«Devo davvero farti la lista delle persone che ti apprezzano e che ti vogliono qui, viva e in salute?» mi chiese. La guardai per un po', sospirai ma non risposi.

«Possiamo partire da me che sono qui, quando potrei essere ovunque. Lontana da questa fogna di città, abitata da serpi e blatte.» disse, non nascondendo minimamente il disprezzo. Non c'era nessuno che apprezzava la città, eppure sembravamo tutti incatenati lì, per un motivo o per un altro.

«Dove vorresti essere? Non hai una città o un luogo che ti chiama?» le chiesi, e lei sembrò pensarci.

«L'Islanda. Ho sempre desiderato di passare almeno un inverno lì, ad osservare l'aurora boreale, a perdermi nel verde, visitare la spiaggia nera ed evitare di cadere vittima delle onde.» disse, con occhi sognanti. Non avevo mai visto quello sguardo, Faith non parlava mai dei suoi sogni o desideri.

«La spiaggia nera di Reynisfjara.» dissi, e lei annuì, confermando.

«E poi in Islanda non ci sono le zanzare.» scherzò, facendomi scappare una fievole risata.

«Con questo mi hai convinta.» scherzai a mia volta, e lei rise.

«Un giorno andrò lì e tu mi raggiungerai, okay? Mi aspetto una tua visita.» parlò, e io annuii.
Regnò il silenzio per un po', poi smisi di suonare, mi misi dritta e lei si poggiò al pianoforte.

«Davvero, per quale motivo resti qui? Beth non c'è più, non può farti del male né può venire a cercarti. Sei... libera.» dissi, e lei alzò un sopracciglio.

«Hai ancora paura delle lame?» mi chiese, e io la guardai confusa.

«Cosa c'entra con...»

«Hai ancora paura?» chiese, nuovamente.

«Sì, io... riesco a distinguere se una lama costituisce una minaccia o meno ma... a volte tremo anche quando sono io ad impugnare un coltello.» le risposi, sospirando.

Stitches - May We Meet Again SequelDove le storie prendono vita. Scoprilo ora