Capitolo 14

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Vuoto. Un immenso e infinito vuoto. Era questo quello che provavo in alcuni attimi, mentre in altri momenti mi sembrava di aver appena scoperto come varcare la porta dell'inferno, sommersa dalle grida strazianti dei dannati, mentre venivo trascinata a mia volta verso le fiamme, verso una lunga e lenta agonia.
Non poteva essere vero, non poteva essere la mia realtà, la mia vita. Forse stavo sognando, forse un incubo mi aveva avvolta nel suo gelido abbraccio in un momento di vulnerabilità, e mi stava costringendo a vivere una delle mie più grandi paure, senza curarsi del dolore che mi avrebbe provocato, delle lacrime che mi avrebbe fatto versare.

«Sveglia, idiota!» dissi, tra me e me, ridendo con me stessa, mentre con le mani stringevo il volante con forza, fino a quando le nocche non iniziarono a far male.
Continuai a ripetermi mille menzogne, incapace di accettare la realtà, ma quel dolore era troppo straziante per essere frutto della mia mente, le mie lacrime erano troppo vere per essere un inganno, e la città continuava ad apparire come una bella illusione, una maschera le cui crepe potevano essere viste solo da coloro che osavano fare un passo avanti e osare.
La testa mi girava, le tempie erano doloranti, i miei occhi bruciavano e l'abitacolo era avvolto dai singhiozzi, da quel dolore che non riuscivo a nascondere dietro un volto impassibile, nel luogo più remoto oltre le mie costole.
Per ironia della sorte, pochi attimi dopo, la pioggia iniziò a bagnare i vetri dell'auto, quasi come se il cielo avesse deciso di farmi compagnia, piangere con me. L'asfalto divenne presto bagnato, la pioggia iniziò a scintillare sotto i fari, creando un gioco di luce che avevo sempre amato ma che, in quel momento, mi fece solo pensare a quanto stessi cadendo a pezzi.
Stava andando tutto così bene: persino le mie indagini avevano iniziato a prendere la giusta direzione. Dovevo solo convincere il mio capo e tutto si sarebbe sistemato. E Abigail... lei si stava avvicinando a me, mi stava dando una possibilità, ne ero certa. Eppure, tutta quella situazione mi fece pensare che forse avevo osato troppo, desiderato troppo.
Non potevo perdere il controllo, non potevo assecondare il desiderio di premere l'acceleratore e sfrecciare su quella dannatissima strada, non curandomi minimamente di ciò che sarebbe potuto accadere. Mia madre aveva usato ogni singolo attimo della sua breve vita per insegnarmi a prendermi cura di me, delle mie emozioni, per non farmi sopraffare da esse. Ma in quel momento il mio cuore batteva così forte da far male, il respiro era ormai fuori controllo e i singhiozzi continuavano a infrangere il silenzio dell'abitacolo.
Ogni metro che percorrevo con l'auto sembrava avvicinarmi ad un incubo che avevo già affrontato anni prima. Dei colpi d'arma da fuoco avevano ucciso anche mia madre, ed era stata un'ingiustizia fredda e cieca. Da allora mi ero ripromessa di prendere il suo posto, di portare avanti la sua missione, i suoi obiettivi, e avevo giurato che non avrei permesso a niente e nessuno di strapparmi via un altro pezzo della mia vita. Ma la vita non ha mai rispettato i giuramenti.

Le mie mani tremavano: non più per paura, ma per rabbia. Una rabbia malata che bruciava dall'interno come un fuoco selvaggio, incontrollabile. Rabbia contro chiunque avesse premuto il grilletto, contro me stessa per non essere riuscita a proteggerlo dalle persone che volevo buttare dietro le sbarre. E poi, una rabbia ancora più malata: quella che provavo nei confronti del mondo, un mondo che non sembrava voler cambiare.
Le lacrime scendevano lungo le mie guance, sempre più copiose. Infinite volte tentai invano di asciugarle con le maniche, ma nulla sembrava funzionare. Poi, per un attimo, mi fermai a fissare la mia uniforme, e ancora di più mi sentii un fallimento come poliziotta, e poi come figlia, amica e qualsiasi altra cosa. Ero nata in una famiglia che navigava nelle leggi da una vita, ero stata cresciuta per ricoprire quel ruolo, per portare dei cambiamenti, giustizia. Ma come potevo essere definita una poliziotta se non ero nemmeno in grado di proteggere la mia famiglia?
Premetti il piede sull'acceleratore, tentando comunque di mantenere il controllo, sperando che la velocità potesse trascinarmi via dalla paura, dalla disperazione, dal senso di colpa che mi squarciava l’anima.
Quando finalmente intravidi l'insegna dell'ospedale, il nodo nello stomaco si strinse ancora di più fino a farmi male e causarmi una fastidiosa nausea. Parcheggiai velocemente e, con le mani tremolanti, spensi il motore. Scesi dalla macchina, dirigendomi verso l'atrio, sentendomi come se le mie gambe fossero sul punto di cedere e farmi crollare a terra, mentre la pioggia bagnava i miei vestiti e si posava sul mio viso, accompagnando le mie lacrime.
Mi mossi come un automa, completamente scollegata dalla realtà, fino a quando qualcuno non mi avvolse in un abbraccio.

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