Persa nei miei pensieri, fissai il mio piede destro mentre picchiettava il pavimento, incapace di stare fermo. Il mio cuore batteva, rimbombava nel mio sterno, in modo così forte e violento da rubarmi il respiro. I miei pensieri correvano, persi in una maratona confusa e chiassosa, e rimbalzavano da un lato all'altro del mio cervello, provocandomi un gran mal di testa.
Continuai a fissare il mio piede, iniziai a mordere le mie unghie e, quando le consumai, passai alle dita, ferendomi e provocandomi un leggero sanguinamento.
Mi ero nascosta in un vecchio magazzino abbandonato, polveroso e buio.
Mi sembrava ancora di sentire le sirene in lontananza, e pulire il sangue dalle mie mani non mi aveva aiutata a non pensare a ciò che era successo. Rivivevo quegli attimi come se fossi persa in un loop crudele, intenzionato a sbattermi in faccia quello da cui Raegan aveva sempre cercato di proteggermi. Lei ci aveva visto lungo, aveva notato la mia rabbia, la mia impulsività e aveva cercato di mettermi in guardia, di farmi capire che, presto o tardi, le mie emozioni mi avrebbero spinta a compiere cose che mi avrebbero segnata a fondo. Dal primo momento aveva cercato di aiutarmi e io, in pochi attimi, avevo reso nulli i suoi sforzi.
Smisi di mordermi le dita e mi persi a guardare le mie mani tremolanti. La mia vista divenne un po' offuscata e un attimo dopo, alla vista del mio stesso sangue, sentii il mio cuore battere con ancora più forza, cosa che finii per farmi boccheggiare. Sentivo ancora il calore del sangue sulla mia mano, il verso di stupore misto a dolore dell'uomo, lo sguardo sconvolto di Kara e il modo in cui quella rabbia incandescente si fosse man mano dissipata, con il solo intento meschino di farmi affrontare tutto da sola.
Erano passate ore eppure ero ancora seduta lì, sola, e le mie condizioni non sembravano migliorare. Ero persa in quel turbine di emozioni, costretta a sopportare, oltre a quello emotivo, anche il dolore fisico, e nulla sembrava in grado di aiutarmi.Improvvisamente sentii vibrare il cellulare, così lo presi dalla mia tasca e lessi le notifiche: due chiamate perse e infinite notizie che parlavano di quello che era successo. Strinsi con forza il cellulare, lessi il tutto e mi pietrificai: quell'uomo era morto. Ogni singola notizia confermava la sua morte, ma continuai a scorrere, a leggere ogni cosa, a sperare che non fosse lo stesso uomo, ma ogni informazione tornava. Con le mani tremolanti, cercai una conferma da fonti più attendibili ma il tremolio fu tale da farmi cadere il cellulare dalle mani.
Mi rannicchiai in un angolo polveroso, il respiro corto e irregolare. Le travi di legno cigolavano sopra di me, le luci delle auto entravano a sprazzi dalle finestre rotte, disegnando ombre spettrali sulle pareti rovinate. Guardai il cellulare per terra, lo afferrai nuovamente, lessi gli articoli, sperando di leggere qualcosa di diverso, ma c'erano scritte sempre le stesse parole: 'Uomo accoltellato durante una lite muore in ospedale. La polizia cerca indizi sull'aggressore', il tutto seguito da informazioni e foto del luogo che era esattamente quello in cui ero stata.
Sentii ancora una volta un nodo stringermi la gola, la testa iniziò a girarmi ma costrinsi me stessa a continuare a leggere.'La vittima, un uomo di 38 anni, non è sopravvissuta alle ferite riportate. L'aggressione sembrerebbe essere avvenuta in seguito a una lite, ma le autorità non escludo altre piste.'
Guardai ancora per un po' lo schermo del cellulare ed infine lo lasciai per terra, ad un passo dai miei piedi. Quell'articolo continuava a rimbalzare nella mia mente: era morto, quell'uomo era davvero morto, e... ero stata io a ucciderlo. Un senso di nausea salì dal mio stomaco e non potei far altro che pensare a ciò che era successo, al sangue, le urla, la rabbia che mi ribolliva dentro, la disperazione di Kara e la mia fuga. Non c'era più l'adrenalina e la rabbia a reggermi, restava solo un vuoto opprimente e il peso di una colpa che sembrava sul punto di schiacciarmi.«L'ho ucciso...» dissi, con un filo di voce.
«L'ho davvero ucciso.» continuai, guardando le mie mani tremare sempre più forte. Le pareti sembrarono rinchiudersi intorno a me, l'aria divenne soffocante, il panico prese il sopravvento e il mio cuore iniziò a battere così forte da rubarmi il fiato. Avevo preso una vita.
Il mal di testa divenne insopportabile, i pensieri fin troppo aggressivi e nulla sembrava in grado di aiutarmi. Mille voci si accodarono, pronte a farmi impazzire: 'Chi ti credi di essere? Magari anche lui agiva per proteggere qualcuno. Nessuno ti perdonerà. Non ti perdonerai mai. Hai deluso tutti.'
Tirai le ginocchia al petto e nascosi il mio volto tra le mani. Volevo piangere, eppure non riuscivo a farlo.
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Stitches - May We Meet Again Sequel
RomanceATTENZIONE - Sequel di May We Meet Again. Nel tessuto fragile dell'animo umano, le ferite emotive si insinuano come spine velenose, lasciando segni indelebili che sfidano il tempo e la guarigione. Queste ferite interiori, come sottili lame affilate...