2.8 ● QUANDO DIVENTAI LA NOTA STONATA

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People are strange
When you're a stranger
Faces look ugly
When you're alone

People are strangeWhen you're a strangerFaces look uglyWhen you're alone

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Lo sguardo di Charlotte mi perseguitava.

Sdraiata sul letto dell'albergo, con la testa e la spalla schiacciate al muro freddo che mi grattava la pelle, il buio di Seattle che mi avvolgeva stretto, la rivedevo. La sua faccia non era triste per Rita e nemmeno per me. Lei e sua madre erano uguali in tutto, vestito, capelli, occhi, e papà non c'entrava niente lì in mezzo. Eppure, c'era.

«Noi due ci conosciamo. Perché non mi hai mai detto niente?»

«Perché quello che succede nella mia famiglia non sono fatti degli altri.»

Charlotte sapeva.

«Da quanto tempo?»

Avevo cercato di frenare le lacrime che nel buio invece scendevano senza fermarsi e intanto, nel silenzio, sentivo la sua voce.

«Un anno. Più o meno. Da quando stanno insieme, siamo andati a vivere in un appartamento di lusso.»

Aveva sorriso. Non le facevo pena, non le interessava se sua madre aveva distrutto una famiglia; sapeva di chi era la colpa se vivevo in Florida e non avevo più un padre. Non le poteva interessare di meno.

Lui tradiva mia madre da un anno. O forse, l'aveva sempre tradita? Per quello mi aveva rimandato indietro tutto? A causa di loro due non mi riportava a Seattle?

Le mie risposte erano in quel sorriso.

La mano mi era partita d'istinto.

Il botto aveva risuonato come uno sparo, sulla mia mano, attraverso il polso e su per il braccio. In mezzo a tutta la gente, vicino alla bara. Avrei voluto farle più male, picchiarla più forte, vederla chiedere scusa in ginocchio. Il poco di energie che mi erano rimaste le avevano rubate i suoi occhi, l'espressione di chi si sentiva superiore a me. Una povera ragazza senza un padre.

L'ultimo ricordo era stato lo schiaffo, poi, un paio di braccia enormi che mi circondavano, il freddo, le lacrime, l'odore di Nate e le gambe che non mi reggevano. Non ricordavo altro di quel pomeriggio. Non volevo farlo.

Presi sonno attaccata al fresco del muro, ma ebbi degli incubi.

Charlotte va via con mio padre e mia madre mentre sorride.
Io rimango da sola con la scatola di Seattle.
La apro e dentro c'è Rita, morta. Inizio a gridare e la prendo a schiaffi, le chiedo di svegliarsi.
Intorno a me appaiono i compagni di scuola, grido, li prego di aiutarmi con la mia amica, ma non mi guardano, io non esisto.
Michael di fronte a me sta suonando il pianoforte, indossa la maschera del Fantasma e suona senza sosta la sua canzone, ossessivo.

La mattina dopo mi alzai con la testa che mi scoppiava, desideravo solo sparire sotto le coperte, ero stanca e sentivo l'acido dello stomaco sulla lingua. I pensieri si affollavano, iniziavano e non terminavano, si inseguivano in una catena infinita di voci e pensieri che mi sussurravano in testa, immagini di mio padre, quello che avrei voluto gridargli, la delusione che mi aveva dato, la rabbia che provavo verso Charlotte, il dolore per Rita e del suo conforto che mi mancava.

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