Nebbia d'estate

38 5 5
                                    


Ci sono attimi che non vorremmo mai ricordare, forse troppo cupi o forse troppo dolorosi. Episodi della nostra vita che ci caratterizzano, ci rimangono dentro come cicatrici senza mai sbiadire. Non sempre siamo ciò che vorremmo essere, ma siamo sempre ciò che abbiamo vissuto. Siamo umani. Siamo vivi.

Era una delle giornate più calde di sempre, dove il sole non si limitava a sfiorarti coi suoi raggi, ad accarezzarti la pelle, ti entrava dentro, nelle ossa, nel cuore. Il caldo ero ovunque. Guidare con certe temperature era asfissiante, terribile. Dovevo andare dall'avvocato per firmare delle carte relative al divorzio e grazie a Dio la strada era mezza deserta, salvo qualche macchina che si avviava verso le vacanze.  Ho sempre odiato il primo pomeriggio. La mattina è già stancante di per se, senza pensare alla fatica del pranzo. Si arriva dunque al primo pomeriggio, dove le fatiche si fanno più vive e la stanchezza galleggia in un mare di caldo. Ed era proprio in quel momento alla guida della mia macchina che mi sentii terribilmente stanco, non per il caldo o per il pranzo, ma stanco per la mia vita in quel preciso istante. Avevo perso ogni gioia e ogni allegria, non avevo più una moglie e stavo per dichiarare di fronte ad uno sconosciuto che il mio matrimonio era finito, crollato nonostante le buone aspettative che mi ero preposto per il futuro. Non avevo più nulla se non me stesso, ed onestamente non mi bastavo..E' questo che succede quando ci si perde, si fluttua in un universo galleggiante di timore e rimorso per il passato. Basta. 

Mi iniziava a girare la testa, il calde faceva sudare le mie mani al volante, gli occhi si appannavano per la stanchezza e poi vidi un buio pericoloso, che mi spaventava. Quel genere di buio che ti avvolge e ti intrappola, nessuna via di scampo, nessuna libertà, solo una profonda nebbia avvolta nel calore dell'estate. Non sentii più le mani e persi la consapevolezza del mio corpo. Le braccia ormai pesanti scivolarono sul volante e svoltarono bruscamente la macchina, dirottando il suo percorso originale. Non stavo più andando in maniera dritta, ma stavo curvando, una manovra tanto veloce quanto brutale, tanto che ci fu un terribile impatto. Fu in quell'istante che il buio si fece più cupo e avvolgente, tanto da ammazzarmi il fiato. La mia macchina incontrò la traiettoria di una seconda vettura e nulla salvò i nostri corpi.  Se il mio corpo non era più cosciente non potevo dire lo stesso delle mie e emozioni. Sentii il vetro rompersi, la lamiera piegarsi e purtroppo anche le urla, quelle terribili e strazianti urla che mi sconvolsero il cervello. Una di quelle grida era più delicata, flebile forse, ma fragile, terribilmente fragile. In quei pochi istanti pensai al proprietario di quella voce, e mi venne un senso di nausea al pensiero che si potesse trattare di una bambina, innocente quanto innocua. Il buio che si faceva sempre più soffocante mentre il dolore fisico iniziava ad essere evidente, sia alle gambe che alle braccia. Tutto avveniva in maniera così terribilmente lenta e in qualche modo la mia coscienza viaggiava in maniera così veloce, troppo da farmi realizzare che quello fosse la mia realtà. E purtroppo era davvero la mia realtà, terribile, angosciante ed in quell'istante non sapevo ancora che quell'episodio sarebbe diventato una mia cicatrice che non si sarebbe mai sbiadita, nonostante tutto.

Il buio ebbe la meglio su di me e la mia coscienza si affievolì nell'arco di pochi secondi. Non contava più nulla ormai e l'unica cosa che sentii furono le frenate delle altre macchine, le urla, la paura ed il dolore, finché il nulla ebbe la meglio e io mi allontanai dalla realtà, staccandomi dal mondo per  17 immensi giorni. Non ero più nulla, non appartenevo più a niente. Avevo solo un corpo, pesante e ferito, debole. I pensieri mi erano fuggiti dalla mente, la coscienza si era affievolita per restare anch'essa isolata dal mondo. Ero solo un granello di vita circondato da oblio. 17 giorni, un tempo necessario per annullarmi dal mondo, finchè capii che ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie cicatrici ed era ormai arrivato il mio momento. La mia cicatrice aveva il diritto di esser vissuta e fu così che arrivò il diciottesimo giorno.


Come nuvole di vaporeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora