Nils
Dopo una quindicina di ore di volo, con uno scalo a Parigi, per lasciare Aïna e Samuel, io e Valentine atterriamo a Los Angeles sotto un sole di fuoco. Agosto a Santa Monica è caldo come in Madagascar. Ma ci sono molti meno uomini armati di machete per strada… Valentine è fredda con me dalla scorsa notte; suppongo che spassarsela con un uomo del popolo deve essere una cosa troppo fuori posto per una principessa del suo rango e che si sta ancora chiedendo come abbia fatto a perdere il controllo così. Non importa, è stata un’esperienza interessante. Piacevole, intensa, inedita. Quando gli riporto sua figlia, che ha passato tre giorni di cattività tra le mani di tipi che risolvono i loro problemi facendo la gente a pezzi, Darren Cox ci accoglie nel suo immenso salone alla moda, leggermente più personalizzato di una fermata dell’autobus: - Lei non è in anticipo, Eriksen. - Ma neanche in ritardo, dico indicando una strana opera d’arte in acciaio bruno e latta lucida, sormontata da sei tubi con su scritto 11 : 49 : 47 in un’atmosfera surrealista. Tranne se il suo orologio va male. Lui stringe le labbra prima di voltarsi verso sua figlia : - Valentine, spero che tu non abbia dimenticato la nostra riunione con Microclear tra due ore. - Ho pensato solo a questo per tutta la settimana, risponde sarcastica. E buongiorno, Darren. Anche io sono contenta di rivederti… - Ben tornata nel regno magico, principessa, mormoro con una voglia pazza di tirarci fuori di qui. Lei mi rivolge un povero sorriso prima di gettarsi tra le braccia di sua madre, una donna alta che è appena entrata correndo, con gli occhi pieni di lacrime. Durante le loro effusioni, io e Darren restiamo soli. Un momento alquanto penoso. E lungo. Poso l’angolo del mio sedere su una superba poltrona di pelle bianca comoda come una roccia e studio tranquillamente i diversi protagonisti di questo riavvicinamento familiare. Ne deduco che la signora Cox è l’esatto contrario di suo marito, affabile, emotiva, simpatica, e probabilmente depressiva. Che lei e sua figlia si adorano e vanno molto d’accordo, contrariamente a Darren che mi sembra non conoscere né l’una né l’altra. Ed ha la sensibilità di un robot e una fibra paterna che sfiora il nulla. La mia attenzione ritorna poi sull’orologio, decisamente superbo ed affascinante, incongruo in questa arredo glaciale, futurista e minimalista. Un oggetto quasi steampunk i cui piedi sono come delle lunghe zampe allungate che gli conferiscono un aspetto simile ad un ragno. - È una Nixie Machine, mi fa sapere Cox sorprendendo il mio sguardo. Più di trecentocinquanta componenti di acciaio fatti a mano dal creatore. Dodici esemplari al mondo, tutti unici. - Impressionante, dico io sincero. - Grazie, risponde con una punta di orgoglio, come un uomo a cui è stato appena fatto un complimento sulla sua prole. Poi spunta il suo avvocato, sistemiamo la questione del mio stipendio, ed è tempo per me di tornare a Manhattan, dove mi aspetta Willy, il mio wombat preferito. Io e Valentine ci separiamo senza grandi effusioni. Suo padre le mette fretta, impaziente di incontrare il presidente di Microclear, lei mi stringe la mano, la scuote, esita, per poi lasciarla improvvisamente rimanendo piantata così, e mormora : - Grazie. Per averci salvato la vita, per il polso, per il vary al cocco, per i lemuri, per… cioè, insomma per tutto. Io… è stato… Ho molto… apprezzato, conclude con un’occhiata verso il palmo della mia mano, sulla quale si vede ancora chiaramente il segno dei suoi denti, ricordo di quella notte quando mi ha morso per soffocare le sue grida di piacere. - Di niente, dico divertito dal suo imbarazzo. Suo padre mi paga bene. - …! - Scherzo, preciso vedendo la sua faccia. La smetta di arrabbiarsi con così poco. - Non era divertente. Lei ha un pessimo senso dell’umore, si lamenta prima di girare i tacchi e raggiungere Darren che scalpita guardando l’orologio. Quindi ecco qua: come lasciarsi stupidamente. *** Qualche ora dopo, di ritorno a Manhattan, nella mia camera dello Sleepy Princess, un piccolo hotel carino, di proprietà del mio amico Roman Parker, ritrovo il mio Willy. Mi fa le feste grugnendo e galoppando, grosso come un diavolo, attraverso i corridoio e la hall d’entrata, facendo impaurire i clienti. - Ah! Signor Eriksen! esclama il gestore dello Sleepy Princess salvando al volo un vaso da un tavolinetto che Willy ha urtato con il suo grosso posteriore. Felice di rivederla! - Anche io, Anthony! Willy è stato bravo? - Sta scherzando? si strozza. Questa calamità marsupiale? Ha fatto fuggire metà della clientela, devastato il giardino, sventrato una poltrona e morso il dalmata dalla signorina Garnier. Ho dovuto chiamare il suo amico veterinario, il dottor James McDowell per ricucirlo. - Ok, sospiro afferrando il mio Willy per il collo e spingerlo verso la mia camera. Niente di nuovo quindi. Me la vedrò con Roman, James e questa signorina… - Signorina Garnier, camera 12 a due porte dalla sua. - Ecco. Grazie per essersene occupato Anthony. - Le porto tra pochissimo, un misto di bagels buonissimi. - Perfetto! Lei è un genio Anthony. Se non fosse così barbuto, la sposerei. - Per carità, risponde andando via. Non sopporterei di avere un figlioccio così turbolento, aggiunge guardando malissimo Willy. Poi con la bestia dietro alle calcagna, mi chiudo nella mia camera e mi lascio andare sul letto. Mando un sms a Roman per proporgli di andare a correre insieme stasera; ho bisogno di sgranchirmi le gambe dopo questo volo interminabile. Mi risponde immediatamente: [Ok. Central Park, ore 20 :00 ?] [Yes. A proposito: Willy ha sistemato l’arredo e selezionato al clientela del SP…] [Lo so. Me lo ha detto James. Secondo lui mi devi più o meno tre dei tuoi stipendi per i danni…] La cosa non mi stupisce… Già solo la poltrona costerà sicuramente due volte la mia macchina… Roman è multimiliardario, ma attenzione non è il tipo che è solo capace ad andarsene in giro col suo yacht e tra una villa e l’altra. Partito da niente e grazie ad un QI che fa venire le vertigini, è diventato una delle più grosse fortune degli USA costruita sulle biotecnologie. Quindi per forza con lui ogni minimo sopramobile vale un rene per i comuni mortali. Fortunatamente per me, è un tipo generoso e poco formale, che dà più importanza all’amicizia che ai mobili. In più siccome in passato ho ampiamente contribuito a salvare Amy, la sua amatissima moglie, sono oggetto di un’indulgenza quasi illimitata praticamente su tutti i fronti. Insomma Roman è un ragazzo d’oro, e il mio miglior amico, insieme a Samuel. Ho un progetto con lui ed il suo socio, Malik Hamani, un tipo brillante, genio della biologia. Ma non voglio lanciare niente senza avere i fondi per sostenere la mia idea. I miei due amici mi hanno ovviamente proposto un prestito (Roman vorrebbe addirittura finanziare tutto di tasca sua e darmi la sua percentuale) ma ho declinato. No, ci sono delle cose che bisogna fare da soli. I soldi di Darren Cox arrivano al momento giusto; mi permetteranno di finanziare la metà dell’investimento di partenza. Rimane solo da trovare l’altra metà… Viste le capacità di Valentine ad infilarsi nei casini, forse potrei essere riassunto tra poco…
***
Dopo un’infornata di bagels assolutamente divini, una piccola siesta digestiva, e delle scuse di proforma alla bella biondina con il dalmata che voleva assolutamente farmi visitare la sua camera (ovvero il suo letto), infilo dei pantaloncini e le scarpe da ginnastica per raggiungere Roman a Central Park. Andando via, spedisco Willy in giardino e lascio dietro al bancone una busta con cinque biglietti da cento dollari con una carta di auguri dai colori accesi per Tilly Gomez. Sarà spedita con la posta domani. Ho esitato a scrivere qualche parola sul biglietto, come sempre, ma per dire cosa? Lascio tutti i soldi che mi rimangono, una sessantina di dollari, di mancia a Anthony per ringraziarlo di essersi occupato di Willy e di aver resistito alla voglia di arrostirlo allo spiedo. Io e Roman facciamo due giri di parco a una buona andatura, parlando. È contento di poter lanciare finalmente il nostro progetto, anche se indovino che è tormentato da qualcos’altro. Rifiuta di parlarne ed io non insisto, quindi continuiamo a correre in silenzio. Non è un silenzio imbarazzante, semplicemente rispettoso dell’altra persona. Mi concentro sulla mia corsa, Roman allunga il passo, e devo forzare per seguirlo. È uno rapido, uno sprinter, un maledetto ghepardo; correre con lui mi permette di migliorare la mia velocità, ma bisogna essere onesti, sudo sette camicie (per non dire di peggio). In cambio, io gli insegno come non farsi ammazzare su un ring. Cosa che gli procura qualche livido e qualche bernoccolo, ma non è uno che porta rancore. Però, la sua dolce sposa, la deliziosa signora Parker, non sopporta quando ammacco il suo uomo: - Qui facciamo box, Amy, le devo ricordare quando mi aggredisce dopo gli incontri. Anche io prendo le botte a volte. Sono le regole del gioco. - Tu parli di un gioco da selvaggi! protesta lei. E per te i colpi non contano. Hai la sensibilità di un carro armato! - Se non vuoi rovinarlo, iscrivilo ad un torneo di freccette. - Non sono bravo con le freccette, interviene l’interessato divertito dai nostri scambi. Il ruggito di un leone, quando passiamo vicino allo zoo, mi riporta al presente. Roman rallenta e prendiamo un paso tranquillo che ci permette di ricominciare le nostre discussioni. Siamo entrambe rilassati, bagnati di sudore e calmi. Ritorno allo Sleepy Princess trotterellando per non raffreddarmi e ammalarmi Roman mi accompagna, è di strada. - Oh! Signor Eriksen! Che sorpresa! miagola la bella biondina col dalmata quando entriamo nella hall. Con un vestito verde pallido che lascia molto poco all’immaginazione degli uomini, continua incollando il suo (magnifico) seno sotto il mio naso: - È l’ultima notte che passo in città e sono sola. Vado al Death & Co : forse potremmo vederci là? - Sarebbe stato con piacere, signorina Garnier, ma ho promesso al mio amico di passare la serata con lui, dico. Ha appena perso sua nonna, aggiungo a bassa voce? - Non sapevo che cenassimo insieme, mi dice Roman perplesso quando lei ci lascia con un’occhiata dispiaciuta mentre prende il taxi. - È la ragazza col cane mangiato da Willy. È gentile ma non riesco a liberarmene. - E allora? Sei malato? Mi sa che è la prima volta che ti sento dire di no a una donna. - Bah. Non mi ispira… - Ok… È solo una bomba atomica, quella ragazza, ma se lo dici tu… Avverto Amy che mangi con noi, conclude senza insistere oltre scrivendo sul suo cellulare un sms al quale lei risponde subito. [Ottimo ☺ Ho fatto una torta salata per 8 persone, speriamo che basti.]
***
Il giorno seguente, dopo una serata eccellente prolungatasi fino a tardi, e una notte nella camera degli ospiti dei Parker per evitare di farmi accalappiare da miss Garnier, approfitto del viaggio di Roman a San Francisco per accompagnarlo. È a sole quattro ore di jet e ho bisogno di incontrare una vecchia conoscenza, sistemata a spese dei contribuenti a Saint-Quentin, nel carcere di alta sicurezza della prigione di stato. - Se lei riesce a tirargli fuori qualcosa sulla sparatoria di Las Vegas, Eriksen, la cosa giustificherebbe quasi il favore che le faccio dondole il permesso di visita ogni volta che lei schiocca le dita, mi dice il direttore della prigione, un ometto con dei grossi occhiali, secco e sprezzante come una trinca. - Non è a me che lei fa il favore, Braskell, ma all’agente speciale Frances Devon, del FBI, gli ricordo. - In effetti, sorride con amarezza. Non voglio sapere cosa lei faccia per quella donna, ma non sia imprudente con No-Name, Eriksen. Il posto giusto per quest’uomo sarebbe la camera a gas, è un sociopatico, una bestia selvaggia. Lei ha fatto una stupidaggine monumentale convincendo il procuratore a commutare la pena capitale in prigione a vita. - Posso vederlo? insisto. - Gli parlerà della sparatoria? Ci sono stati dodici morti. Di cui due bambini che si trovavano solo al posto sbagliato al momento sbagliato. - Gliene parlerò, dico. Ma non le prometto niente, lo conosce anche lei… - Appunto, no. Da quando è qui, non ha detto una parola, a nessuno, neanche ai suoi compagni di cella che lo evitano come la peste. Dei mesi di silenzio. Lei è il solo a cui rivolge la parola. Ci chiediamo tutti il perché del resto, visto che è lei che lo ha mandato in gattabuia. - Forse non è uno che porta rancore…. - Comunque non è chiaro perché un tipo muto come una tomba accetti di giocare agli indizi con lei. Cosa c’è tra di voi? - Forse è il suo modo di ringraziarmi per avergli evitato la camera a gas. O forse vorrebbe chiedermi di sposarlo ma è troppo timido per dichiararsi. Il direttore mi guarda malissimo, ma chiama una guardia per accompagnarmi nella sala dove sono raggiunto da No-Name. È un tipo di una trentina di anni, tarchiato, muscoloso, col cranio rasato e tatuato. Ha un’enorme cicatrice rigonfia sulla gola, che fa tutto il giro del collo, come se gli avessero tranciato e poi ricucito la testa sulle spalle velocemente e malamente. Prima di consegnarlo all’agente Devon, era uno dei killer più efficaci del pianeta; gli ho dovuto correre dietro un mese nella giungla amazzonica per acciuffarlo. Ho rischiato si morire, ma ero ben motivato: Amy, la moglie di Roman, aveva una taglia sulla sua testa e lui doveva eseguirla… O lo prendevo, o lei moriva. Semplice. - Ciao No-Name, dico sedendomi di fronte a lui. Dura la vita all’ombra? - Mah. Almeno mi proteggo dagli UV, risponde con la sua voce gracchiante, bassa bassa. Non rischio il cancro alla pelle. - Contento per te. Sai qualcosa della sparatoria di Las Vegas? - So che la cosa non ti riguarda. - Due ragazzini sono rimasti colpiti. - Non ho firmato per aiutare tutti i poliziotti del paese, Eriksen. Mi state prendendo per Madre Teresa? - Ok, lascia stare. E Marin Pebble, ti dice qualcosa? - Non avrai fatto tutti questi kilometri per parlare di quel pupazzo. - E perché no? - Perché ti conosco. Cosa vuoi? - Delle informazioni su Pebble. - Cavolate. Non hai bisogno di me per questo. Sennò saresti proprio pessimo come cacciatore. Non ha torto su questo. Ma allora cosa ci faccio qui? Non è la prima volta che mi pongo questa domanda. Nel corso dei mesi, le mia visite a No-Name sono diventate come una droga, un obbligo, un bisogno compulsivo di parlare a qualcuno che sa, che conosce, che può capire. No-Name non è un amico, ma sa cosa significa avere le mani sporche di sangue. Molto sangue. - Hai dei problemi con la tua coscienza? ridacchia. Ti sei finalmente accorto che io e te siamo uguali? Vuoi fare domanda per vivere qui e che io ti dia qualche dritta? - Vai a quel paese. Non ho niente a che vedere con te. - Non essere suscettibile. Certo che siamo della stessa razza noi due. Quella degli assassini. - Non sono un assassino. - Ah no? E come lo chiameresti uno che ha ammazzato decine di persone? Sicuro che non ne hai fatte fuori tante quanto me? Forse di più. - Ti sbagli, ne abbiamo già parlato decine di volte. Non ci riesci eh a girare in tondo nella tua cella tutto il giorno. Io ero un soldato! - Sì… e dov’è la differenza con me? A parte che i tuoi servizi erano pagati molto meno dei miei, perché lo Stato non riconosce del talenti così particolari… - La differenza è che non eseguo i bassi bisogni di tipi loschi fino al collo, non massacro gli innocenti, non vendo la mia anima per soldi. E come dici, ho una coscienza. - Bravo. Ma tutto quello che cambia davvero, è che io faccio la felicità di qualcuno: il mio banchiere. Mentre tu non fai quella di nessuno. Hai 33 anni e non c’è mai stata nella tua vita né una famiglia, né una donna, né un figlio. Né un banchiere riconoscente. Appena uno o due amici come Parker o Torres. Le donzelle ti cadono tutte tra le braccia ma tu non le trattieni. E lo sai perché? Perché nonostante la tua coscienza, non ti piace nessuno, nemmeno te stesso. Tra l’altro, non detesti nemmeno nessuno, ed è questa la cosa peggiore. Sei solo senza emozioni, freddo. Vuoto. Come me. Ma questo lo sai già da tempo non è vero? Sennò non saresti qui. Sei qui perché siamo della stessa specie e solo io posso capirlo. Mai avevo sentito No-Name parlare così tanto, e non si ferma più. Le sue parole si fanno un passaggio nel mio cranio come dei bulldozer in una foresta, sradicando e trascinando tutto sul loro cammino. Due opzioni si offrono a me: spaccargli la testa per farlo stare zitto o andarmene stringendo i denti. Presentarmi qui, davanti a questa bestia feroce che fiuta ogni minimo segno di debolezza, sarà stata l’esperienza più masochista della mia vita. Alla fine, me ne vado prima di dargli ragione e di ripitturare i muri con il suo cervello. Quando lascio la prigione, cammino fino all’oceano, sollevato per lasciare i corridoi angoscianti del Saint-Quentin e ritrovare il sole di fuoco della California. Il cielo. L’acqua a perdita d’occhio. Il silenzio. Qui, nessuna voce gracchiante e lamentosa a tormentarmi, solo il mormorio ipnotico delle onde. Distrattamente seguo con la punta delle dita il segno dei denti di Valentine, incrostato nel mio palmo.
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Provocami Tu
RomanceLei è giovane, bella, ricca, e non si lascia calpestare. Il suo unico problema, è lui: tanto sexy quanto insopportabile... Una serie a due voci... irresistibile! *** Ho 24 anni, un padre tirannico e un impero economico gigantesco da gestire. La...