.:Capitolo sette:.

821 21 1
                                    

Si svegliò di soprassalto, le pulsazioni a mille, lo sguardo allucinato e la fronte imperlata di sudore. Si guardò intorno, tentando di calmarsi, mentre cominciava a mettere a fuoco la stanza in penombra. Si trovava ancora sullo stesso divano, dalla poca luce che filtrava dalle finestre sembrava tardo pomeriggio. Aveva dormito praticamente un giorno intero.

Sul tavolino vicino a lei notò una scatola bianca, un bicchiere mezzo pieno d'acqua e un biglietto. La giovane si sporse e lo afferrò. La calligrafia era così orrenda che ci mise cinque minuti buoni a decifrare quelle poche parole " Due volte al giorno dopo i pasti ". Prese la scatola bianca e sbirciando al suo interno vide delle pastiglie anonime.

Scosse la testa e rimise tutto nell'esatta posizione in cui lo aveva trovato. Si alzò in piedi. Si aspettava di avere dei giramenti di testa così forti da non riuscire a reggersi sulle gambe, ma si sbagliava, stava stranamente meglio. Anche il suo stomaco sembrava essere in parte guarito.

- Che cazzo stai facendo in piedi? - la giovane sobbalzò e si voltò, incontrando la fonte di quella voce glaciale. Non osava alzare lo sguardo.

- Vado a casa - sussurrò semplicemente lei.

- No, tu non vai da nessuna parte - quelle parole la fecero tremare e la convinsero a guardarlo negli occhi. Era bello come sempre, ma in qualche momento il suo muro di indifferenza sembrava in parte incrinato. Era rabbia, no, ira, quella che agitava il suo essere.

La ragazza fece un passo indietro, non voleva che si sfogasse nuovamente su di lei - Ma è tardi, domani dovrò andare a lavorare... - l'uomo scoppiò a ridere.

- Certo che sei proprio stupida. O forse è stata la botta in testa a farti perdere quel poco di quoziente intellettivo che avevi - la insultò facendosi avanti con grandi passi, raggiungendola immediatamente. La ragazza rimase immobile, non sapendo cosa sarebbe successo, e quando lo sentì stringere una mano sul suo collo per poco non sospirò di sollievo.

Sollievo?

- Davvero vuoi presentarti davanti al tuo capo con un trauma cranico? Probabilmente non riusciresti nemmeno a spiegargli perché ti sei presa dei giorni di vacanza così improvvisamente prima di crollare a terra svenuta - la pelle a contatto con la sua grande mano gelida sembrava diventare sempre più calda man mano che la presa si stringeva.

La giovane spalancò gli occhi - Giorni di vacanza? - ripeté, ignorando completamente le notizie riguardanti il suo stato di salute.

- Hai dormito per quasi quarantotto ore, cosa aspettavi che dicessi al tuo capo? "Guardi, quell'idiota sta dormendo da ore sul mio divano perché ha la testa fracassata"? - le chiese ironico, facendo scorrere la sua mano verso l'alto, proprio sotto la mascella, e strinse. Sorrise soddisfatto quando vide gli occhi di lei inumidirsi.

Quella carenza di ossigeno sembrava aver completamente risvegliato il cervello della ragazza. Lui aveva chiamato il suo capo per coprirla? L'aveva portata a casa sua? Le aveva preparato le medicine? Era furioso?

- Hai preso le pastiglie? - chiese lui cambiando improvvisamente discorso, non dandole il tempo di sviluppare le teorie che andavano formandolesi in testa.

- No - soffiò lei, sprecando quel poco di ossigeno che era riuscita ad accumulare. Quando sentì il dolore sul collo aumentare non poté fare a meno di rabbrividire.

- Prendile. Adesso.- ordinò mollando la presa. La ragazza si piegò in avanti tossendo. Appena riprese abbastanza fiato fece qualche passo verso il tavolino, passando vicino all'uomo. Sfiorò il bordo del bicchiere, ma, all'ultimo, invece di afferrarlo allontanò la mano.

- No - disse semplicemente, con voce roca.

- Ti prego di ripetere - dalla sua voce traspariva tanta rabbia quanta sorpresa.

- Non ho intenzione di prendere delle pastiglie di cui non conosco il contenuto - la sua voce era decisa, e terminò la frase voltandosi e agganciando lo sguardo di lui. Non si credeva capace di tanta spavalderia.

- Tu non vuoi fare cosa? - la voce era bassa e minacciosa. Fece un passo in avanti, coprendola completamente con la sua figura. Si piegò in avanti avvicinando le labbra al suo orecchio e richiese, facendole percepire il suo respiro - Spiegami. Cos'è che non farai?

Miliardi di brividi le percorsero la pelle, scatenati da non sapeva quale sentimento. Deglutì. La sua sicurezza cominciava a svanire, ma nonostante ciò non si tirò indietro - Non so cosa sia, non voglio i-inghiottirlo - balbettò alla fine, non più certa di voler terminare la frase.

- Pensi davvero che avrei fatto la fatica di portarti qui solo per avvelenarti? Ti credi così importante? Che stupida - l'ultima parola venne pronunciata con così tanta collera che la giovane fece un passo indietro, ma non si allontanò abbastanza da poter schivare un montante alla bocca dello stomaco, che la fece crollare a terra in ginocchio tossendo sangue. Grosse lacrime le rigavano il volto mentre si puliva la bocca sporca del liquido cremisi col dorso della mano.

Dolore. Sentiva solo quello.

Da quando lo aveva conosciuto quella era stata l'unica cosa che quell'uomo le avesse dato, ciò nonostante, ad eccezione dei primi periodi, non aveva fatto mai nulla di significativo per uscire da quella situazione. Lo temeva, ma lo aveva invitato a casa sua. Sapeva che le avrebbe fatto del male, ma lo provocava.

La confusione che invadeva la sua mente tutte le volte che si trovava in presenza di quell'uomo sembrò schiarirsi. Ora capiva perché lo aveva sfidato, il suo subconscio l'aveva spinta a farlo, voleva che capisse cosa desiderava davvero una volta per tutte. Se si sa cosa si vuole, si fa di tutto per ottenerlo.

Mi faccio pena.

Non appena si sentì in grado di farlo si rialzò. Il viso, le mani e i vestiti sporchi di sangue.

- La porta - biascicò

- Insisti ancora per andartene? Non ne hai avuto abbastanza? - sogghignò lui con superiorità

- Voglio andarmene. E, a meno che tu non voglia ammazzarmi di botte, credo che non ci sia più motivo per restare - l'aria raschiava contro le sue corde vocali producendo un suono roco e molto più basso di quello abituale.

L'uomo venne preso così alla sprovvista da quelle parole che rimase in silenzio per qualche secondo, non sapendo come reagire. Quando si riprese strinse i pugni. Certo, in quel momento la voglia di ammazzarla a calci c'era, ma poi sarebbe stato difficile liberarsi di un cadavere. Un consumo di energie troppo elevato per un essere così infimo.

- Dopo quella porta, in fondo al corridoio sulla destra - disse atono, indicando con un cenno del capo la direzione da seguire.

La ragazza si mosse immediatamente, finché aveva abbastanza energie voleva andarsene da quel posto. Percorse la ventina di metri che la separavano dalla salvezza trattenendo il respiro, non era sicura che l'avrebbe veramente lasciata andare.

Appoggiò la mano sulla maniglia, l'abbassò, uscì, si richiuse la porta alle spalle ed entrò in ascensore, premendo il pulsante del piano terra. Guardò il proprio riflesso nel grande specchio che occupava una parete del cubicolo. Versava in condizioni pietose e alquanto ripugnanti. Le orecchie erano ovattate e gli occhi allucinati. Vide delle lacrime silenziose solcarle le guance, e si osservò come se fosse la prima volta, non riconoscendo se stessa in ciò che vedeva. Una ragazza pesta che aveva appena scoperto l'anfratto più malsano del suo essere.

Si pulì come poté a uscì dal lussuoso palazzo zoppicando, tenendosi una mano sullo stomaco e una sulla tempia. Quando arrivò in strada si fermò sul marciapiede, alzò lo sguardo verso il cielo bigio e poi lo spostò sul palazzo alle sue spalle, dove più o meno avrebbe dovuto esserci la dimora di quell'uomo. Se non fosse stata sicura che si trattasse della sua immaginazione avrebbe giurato di aver visto un movimento dietro le vetrate di una finestra.

L'uomo guardò verso il basso e la vide. L'avrebbe pagata, le avrebbe fatto capire che lei non avrebbe più potuto vivere senza di lui.

Tornerai da me strisciando.

Ora basta.




​Suilejade



Dimmi la veritàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora