CAPITOLO 10

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Quando mi sveglio è mezzogiorno così decido di andare in cucina a prepararmi il pranzo, quando intravedo dalla finestra la macchina di mio padre, così corro a salutarli.

Lui è seduto al tavolo della cucina con la gazzetta in mano, mentre mia madre sta cucinando qualcosa anche per me a giudicare dai tre piatti apparecchiati sulla tavola e vicino al mio c'è un piccolo pensierino incartato con una busta argentata. 

-Ma buon giorno- dice papà abbassando il giornale, 

-Com'è andato il viaggio?- chiedo 

-Molto bene grazie, papà ha continuato a tormentarmi tutto il tragitto per capire chi ti ha portato a casa ieri- spiega mamma.

"Lo sapevo che non si sarebbe arreso così facilmente"

-Papà te l'ho già spiegato ieri sera, è solo un amico al quale ho chiesto un passaggio- rispondo innervosita dalle sue domande così cerco di cambiare argomento -Com'è andata la vacanza?-

-Abbiamo lanciato un cinquanta centesimi nella fontana di Trevi e ci siamo fatti fare una foto da un passante, anche se non mi sembrava una persona molto affidabile e avevo un po' paura che scappasse con la macchina fotografica di tua madre ma fortunatamente non è successo, non sarei riuscito a rincorrerlo a lungo- confessa mio padre,

-Poi papà per capodanno si è presentato con un mazzo di rose fuori dalla porta e siamo andati a cena- spiega mamma prendendo la mano a papà.

Ero impaziente di vedere le foto, non stavo più nella pelle, volevo ammirare il Colosseo, i colori accesi della città, i fuochi d'artificio, insomma, vedere se ero riuscita nel mio intento di fargli passare un po' di tempo soli senza preoccupazioni del lavoro oppure delle bollette di casa.

-Martina noi andiamo a riposarci, ci vediamo quando torni dal lavoro- dice mia madre mentre mi dà un bacio e si dirige verso la camera da letto, così decido di prendere la macchina fotografica di mia madre per vedere Roma più da vicino. 

La foto di mia madre sotto al Colosseo mi fa capire quanto grande è effettivamente quel monumento e di quanto quella città sia meravigliosa. Come mi aspettavo le foto sono molto di più del paesaggio che su loro stessi, ma a scioccarmi è una foto dei miei genitori sotto le coperte bianche dell'hotel, presumibilmente in un momento intimo, mi imbarazzo molto e lascio la macchina fotografica dove l'ho trovata sperando che nessuno si accorga che l'ho toccata.

I miei pensieri corrono a Nicolas "come mai sia fuggito con così tanta fretta, era successo qualcosa a casa? Oppure voleva un saluto diverso?" questi interrogativi per poco non mi fanno investire da un Audi bianca mentre attraverso la strada senza guardare poco distante dal mio posto di lavoro.

Il locale è vuoto ed Elia non è ancora arrivato, così decido di pulire un po' il pavimento del laboratorio visto che la farina per terra del giorno prima dimostra che il mio collega non ha pulito. Il nostro turno è iniziato da una ventina di minuti e di Elia non c'è nessuna traccia, così lo chiamo ma non mi risponde. 

Dopo pochi minuti lo vedo entrare dalla porta, -Ti sembra l'ora di arrivare? Avrei potuto avere bisogno di te in caso ci fossero stati tanti clienti. E perché il pavimento del laboratorio era sporco?-, lui senza dire una parola mi oltrepassa, sembra non accorgersi della mia presenza, "ma cosa sarà successo?"  

Lo seguo e appena mi vede dietro di lui si arrabbia

-Senti oggi decisamente non è giornata quindi vedi di non rompere le palle come il tuo solito, il turno è stato spostato di mezz'ora e anche se fossi stato in ritardo non avrei dovuto dare spiegazioni a te- poi si avvicina e prosegue a parlare -Il pavimento del laboratorio invece lo avrei pulito finito il turno, non c'era bisogno che ti impicciassi come al solito, spero che il tempo passi in fretta perché non ho la minima voglia di stare nella stessa stanza con te quindi cerca di starmi più lontano possibile perché potrei sclerarti addosso- dice mentre si gira per  infilarsi il grembiule e inizia a impastare. 

Il turno è molto più lungo del previsto, parlare con lui in più di un'occasione durante il lavoro faceva passare il tempo molto in fretta e quando avevamo esaurito gli argomenti, accendevamo un po' di musica e ci mettevamo a cantare, lui era un po' stonato e alcune volte scherzando mi diceva che lo ero anche io, ma sfortunatamente oggi al lavoro non si è presentato lo stesso ragazzo.

Sono finalmente le 18.00 quando timbro il cartellino e vado nello spogliatoio a prendere le mie cose, ma in quel momento sento un rumore sordo provenire dall'altra stanza così mi precipito in soccorso pensando che Elia si sia fatto male, ma rimango perplessa e un po' impaurita quando lo vedo scaraventare i vari oggetti che sta utilizzando contro la parete e sul pavimento.

Il cuore mi batte all'impazzata e credo che anche lui lo senta perché poco dopo si volta nella mia direzione 

-Che cazzo hai da guardare? Tornatene a casa, sei sempre stata inutile e sempre lo sarai- a quelle parole il mio cuore perde un battito, è arrabbiato lo capisco, 

"Ma perché prendersela con me?  È quello che avrei fatto anche io, dare la colpa agli altri dei miei fallimenti ed insuccessi, ma non era da lui", così con le lacrime agli occhi mi dirigo verso l'uscita prima di scoppiare a piangere dal nervoso. Mentre sbatto la porta dietro di me sento Elia chiamare il mio nome, ma non mi volto continuo a correre.

Non è un addioDove le storie prendono vita. Scoprilo ora