Aprile 1992

13 2 2
                                    

1.
"Quando vi ho detto che non volevo trascorrere il compleanno in casa, non ho usato la parola campeggio!" sbottò Leo caricando la chitarra nel furgoncino Volkswagen celeste. Lo aveva noleggiato Jo la sera del 6 Aprile, così che la mattina del compleanno di Leo potessero svegliarlo per cantargli "tanti auguri" e trascinarlo verso il programma che Maggie aveva diligentemente stilato. Era un progetto che consisteva nel trascorrere una notte nel campeggio del Fields End Water Caravan Park; c'erano stati dei suoi amici e si erano divertiti molto. Maggie sapeva che Leo nella sua infanzia era stato uno scout e aveva pensato che, per il ventitreesimo compleanno del francese, sarebbe stato divertente spolverare le sue prodezze di avventuriero.
"Avevo meno pancia e meno anni" borbottò lui sedendo nel retro del furgoncino "e soprattutto non avevo delle lezioni da seguire!"
"Ma lo sappiamo tutti che non hai mai dato un esame nell'ultimo anno" lo rimbeccò Jo mettendosi al posto di guida.
"Piuttosto, come avete convinto Milo? È martedì, non si sarebbe mai sognato di saltare l'università..."
"Non ha protestato" disse Maggie. Negli ultimi dieci giorni, Milo aveva trascorso più tempo appresso ai colori che ai filosofi. Leggeva comunque Schopenhauer e Fromm prima di andare a letto ma non studiava. Lo vedevano più leggero rispetto al Milo che era sempre stato: per questo i coinquilini non lo avevano ancora rimproverato di quell'improvvisa negligenza. Proprio Milo caricò gli ultimi bagagli nel furgoncino e salì, stringendosi nel giacchetto di jeans.
Guidarono cantando a squarciagola l'unica cassetta che avessero appresso, una compilation chiamata "Best of '80s"; ad un tratto però Jo inchiodò, scatenando un grido di Maggie.
Il ragazzo, che per l'occasione indossava un berretto da baseball e degli occhiali da sole, si voltò verso gli altri passeggeri.
"Ma le vostre mujeres?" chiese.
"Mujeres? No tengo mujer" Leo ribatté con un pizzico di amarezza e con un pessimo accento spagnolo.
"Jackie è a lezione" disse Milo.
"Andiamo a prenderla allora." Jo ingranò la retromarcia e riprese la strada per l'Università.
Parcheggiarono davanti alla facoltà di Arte. Quel camioncino celeste che suonava a tutto volume Dancing in the Dark di Bruce Springsteen si trasformò presto in un'attrazione per tutti gli studenti: Milo corse nell'edificio e gli altri lo attesero fuori, aprendo il portellone del portabagagli e sedendovi per fumare una sigaretta.
"Sembrate un gruppo rock in tour" asserì Jacqueline quando riuscì a svicolare dalla lezione e seguire le spiegazioni di Milo.
Maggie la salutò con un abbraccio. A volte era bello avere un'altra compagnia femminile.
"Forse lo siamo. E Heather?" Jo non desistette.
"Non voglio portare Heather" borbottò Leo spegnendo la sigaretta sotto gli anfibi rovinati.
"Perché no?"
"Perché ci siamo visti solo una volta"
"Ma ti era piaciuta"
"Non lo so, ero ubriaco"
Jo sbuffò e lo lasciò perdere. "Come vuoi: sei l'unico ragazzo che evita di scopare il giorno del suo compleanno. Almeno provaci, se non ti piace la lasci."
"Parli come se tu fossi un dongiovanni" Leo scosse il capo e si sistemò al suo posto con un broncio sul viso.
Si rimisero alla guida e Maggie alzò ancora di più il volume dell'autoradio. Avevano una tenda da montare, molte coperte, delle provviste, tante sigarette e qualche soldo in tasca per le emergenze. Aveva letto che in quel posto si poteva pescare ma poi aveva scoperto che nessuno tra loro sapeva pescare. Magari avrebbero fatto un tuffo nel lago.
"Simpatica l'idea del gruppo rock, comunque" esordì Maggie voltandosi verso Jackie "potrei somigliare davvero a una cantante?"
"No" constatò spiccio Leo, scrutando il suo viso troppo pulito e sincero e quei lunghi capelli ramati che seguivano le onde del vento.
"Tu saresti la nostra amante" rinforzò Jo "la nostra groupie"
"Quale onore" ridacchiò lei, accendendosi una Winston e socchiudendo gli occhi, cullata dall'asfalto.

Raggiunsero il campeggio verso l'ora di pranzo. Si decise che Maggie, Leo e Jo si sarebbero stretti nel furgoncino e che la tenda sarebbe stata occupata da Milo e Jackie, così avrebbero potuto avere un po' di intimità. Trascorsero un'ora e mezza a cercare di capire come si montasse la tenda, mentre Maggie girava alla ricerca di qualcuno che potesse prestare loro una brace. Un'idea assurda, aveva detto Jo, "Perché qualcuno dovrebbe prestarci la sua brace?"; ma lei tornò trionfante con un piccolo barbecue e costrinse Leo a cuocervi sopra würstel e hamburger.
Faceva abbastanza freddo così, non appena calò il tramonto, decisero di far soffiare le candeline a Leo sulla piccola torta alla crema e si avvolsero nelle coperte pesanti, scrutando il paesaggio bucolico e ascoltando solo lo scoppiettio della brace e il fruscio del vento tra le foglie.
"Visto che sono il festeggiato, vi canterò una canzone" asserì Leo verso metà serata, dopo che Milo aveva aperto una bottiglia di vino rosso e lo aveva versato nelle tazze, che chissà perché avevano portato delle tazze.
"Va bene, ma fallo con questa" gli rispose Jo, porgendogli un grosso pacco. Il ragazzo lo scartò e si sciolse in uno dei suoi teneri e barbuti sorrisi, guardando incredulo la chitarra che gli avevano regalato.
"È nuova di zecca" gli sorrise fiero Milo, cingendo le spalle di Jackie.
"E sta talmente bene tra le tue braccia che vale una polaroid" aggiunse Maggie, scattando un'istantanea. Leo la suonò senza neppure riuscire a ringraziare, se non con dei possenti abbracci che come sempre lasciarono sorpreso solo Jo.
Suonò You're my sunshine di Johnny Cash, Forever Young di Bob Dylan, rallegrò la serata poi con Penny Lane e All toghether now dei Beatles.
Gli applaudirono riempiendogli l'animo di gioia e decisero di abbrustolire intorno a un piccolo falò dei marshmellow.
Jackie raccontò un po' di sé; nella dolcezza della voce, pensò Leo, somigliava un po' a Maggie. "Quindi sei una ribelle ragazza di Liverpool scappata di casa per vivere d'arte?" riassunse Jo con sarcasmo.
"Sono l'ultima di cinque figli con poca voglia di studiare e di responsabilità"
"Sei appena diventata nostra amica" Leo le sorrise, continuando a strimpellare con la coperta a quadri sulle spalle.
"Ora però, noi andiamo a letto. Ci vediamo domattina" Jackie si alzò e fece loro l'occhiolino, prendendo Milo per mano e camminando verso la tenda.
"Ci suoni qualcos'altro?" mormorò Maggie, un po' stordita dal vino rosso, dal calore del falò e dal freddo del vento.
Si strinse al braccio di Jo e poggiò la testa sulla sua spalla, ascoltando ammaliata le note dolci che echeggiavano dalla chitarra.
"Questa è la mia canzone preferita" la introdusse con tono malinconico Leo "è la canzone di Suzanne"
Si tu n'existais pas, di Joe Dassin, vibrò sulle corde.
Jo e Maggie non capivano  sulla di quello che il ragazzo cantava, ma sembrava triste. Sembrava convinto di cantare a Suzanne, Suzanne che lo faceva soffrire. Lo ascoltarono nella nube delle loro Winston e Maggie si forzò a non piangere, commossa da quella malinconia.

2.
Leo non volle sentir ragioni di rivedersi con Heather. Disse che la vedeva ogni venerdì che suonava al Cherry e che proprio non gli piaceva. Una sera, Jo aveva trascinato Milo fino al pub per capire come fosse fatta quella Heather e l'aveva trovata decisamente attraente: quando il francese aveva scoperto il vero motivo della loro presenza, ovvero non la voglia di sentirlo suonare bensì di giudicare i suoi gusti in fatto di donne, si arrabbiò tanto da chiudersi in camera e tenere il muso per un paio di giorni.
La mattina in cui si trovò costretto a parlare perlomeno allo spagnolo era la stessa in cui Maggie sfoggiava uno stranissimo abbigliamento compreso di basco rosso in testa, camicia di flanella larga e calzettoni sopra le calze.
"Stai cercando di somigliare a Jackie?" le chiese il francese, imburrando del pane tostato.
"Quella camicia è mia?" aggiunse Jo.
"Esatto per entrambe le domande. Andiamo ad esporre i quadri di Milo al mercatino di primavera. Vieni anche tu?"
"Non ero compreso?"
"Se ci avessi parlato te l'avremmo detto" disse Jo.
"Non c'è nulla di cui parlare"
"Invece si: sei gay, Leonard?"
"Cosa?" questo sgranò gli occhi "No, non sono gay!"
"Te l'avevo detto che non lo era" Maggie si rivolse a Jo e gli porse il palmo della mano dove lui, scocciato, poggiò dieci sterline.
Non era la prima volta che perdeva una scommessa.
"Dai, vestiti che andiamo. Milo e Jacqueline ci stanno aspettando" poi la ragazza lo incoraggiò accarezzandogli la schiena.
Fecero quattro passi nell'aria fresca della primavera e arrivarono davanti alla facoltà di Arte dove scoprirono che ogni primavera si teneva un mercatino degli artisti. C'erano stand artigianali con ragazzi dall'aspetto bislacco e originale, ma il banchetto di Milo era decisamente il più bello.
"Eccovi!" li accolse Jackie con un sorriso "Non vi aspettavamo più!"
"Dai, fammi una caricatura" Jo disse con serietà a Milo, vedendolo seduto su una sedia e ricordandogli quei tipi che nelle piazze turistiche si facevano pagare per fare uno schizzo buffo dei passanti.
Milo rispose con un gentile sorriso, come suo solito.
"Come spenderai i primi guadagni della tua arte?" Maggie chiese al pittore.
"Non lo so, magari..."
"Champagne" asserì Leo "io li ho spesi in champagne"
"Sempre che io riesca a guadagnarci qualcosa..." mormorò l'italiano "la gente passa, guarda ma non compra"
Effettivamente, più di una persona si era fermata a scrutare quella decina di piccole tele esposte senza però acquistare nulla. Così i ragazzi si armarono di pazienza e, tra una sigaretta e un'altra, cercarono di sfoggiare i loro migliori sorrisi per attirare clienti.
"Dai, questo lo compro io" si decise Jo, indicando un quadro in cui intravedeva solo macchie di colore. Si frugò nelle tasche dei jeans "quanto costa?"
"Quindici sterline" rispose prontamente Jackie.
"Cosa? Siete impazziti?"
"No, non vale se me lo compri tu" intervenne Milo "Deve essere un vero cliente..."
A quelle parole seguì un leggero tossire. Un gruppo di persone sulla quarantina si aggirava per il banchetto interessata;
"Questo invece?" chiese uno di loro, un signore con un fazzoletto blu al collo "Quanto viene?"
Indicò la tela più grande. Jackie stava per parlare ma Leo fu più veloce di lei. Ad occhio e croce quei tipi sembravano ricchi; avevano vestiti eleganti e firmati e la stessa puzza di snob di molti professori che aveva conosciuto.
"Cinquanta sterline" disse quindi con tono sicuro.
"Lei è l'artista?"
"No: io sono il suo finanziatore"
"È un critico d'arte?"
Leo si trovò ad annuire sotto gli sguardi confusi e divertiti degli amici. Quando si presentò, forte del cognome francese che gli attribuiva credibilità, dovette anche inventare il nome di una sua fantomatica galleria d'arte a Parigi.
Il signore con il fazzoletto decise, dopo una chiacchierata di una ventina di minuti col francese, di comprare la tela grande e un altro paio dipinti più piccoli. Si congratulò con Milo con una vigorosa stretta di mano e gli diede le settanta sterline che il ragazzo contò almeno due volte per assicurarsi non fosse un sogno.
"E bravo Leo, con questo cappello sembravi proprio un artista di Mont Martre" Jo gli diede una pacca sulla schiena.
Milo baciò le labbra di Jackie e poi abbracciò felice gli amici.
"Vi offro il pranzo, allora!" sventolò contento le banconote, ma molto presto iniziarono ad avvicinarsi altri clienti. Alla fine della giornata non avevano ancora pranzato ma Milo aveva guadagnato centocinque sterline e venduto tutte le tele.
"Te l'ho sempre detto che gli sproloqui non facevano per te" gli disse Jo tornando verso casa "La filosofia ti ha mai dato tutta questa soddisfazione?"
Milo gli diede ragione e, in quell'attimo di euforia, si scordò di dover rinnovare la borsa di studio che lo manteneva a Cambridge e ne "La Maledetta".

3.
Per Pasqua Maggie sarebbe dovuta andare a pranzo nella casa di famiglia nel Devonshire, come da tradizione.
Ci sarebbero state le sue zie arpie, le cugine alte e snelle, qualche invitato mai conosciuto prima e soprattutto ci sarebbe stato suo padre. Perché, per Maggie, il problema era sempre stato il padre. Lo era stato un po' per tutti in quella famiglia: la signora Robinson pendeva dalle sue labbra e le figlie Helen ed Emma vivevano per gratificarlo. Ci erano sempre riuscite, tra ottimi voti, prestazioni sportive e fidanzamenti di lunga data.
La mattina di Pasqua, il diciannove Aprile, alle sette di mattina Maggie era già pronta.
Entrò in cucina e Milo si accorse di lei udendo il rumore dei tacchi sul pavimento.
"Ciao, sei bellissima oggi" le disse guardandola dal divano "e c'è il caffè in caldo"
"Ciao, sei bellissimo anche tu e io sono nervosissima."
"Perché?"
"Perché è Pasqua"
"Guarda che non ci vestiamo così per la braciolata di Donovan Rogers" irruppe Jo stropicciandosi gli occhi e lasciandoli scivolare sul vestito elegante della ragazza "Perché i piani non sono cambiati, giusto?"
Milo si strinse nelle spalle e si massaggiò una guancia. Da quando Jackie aveva insistito che si facesse crescere di nuovo la barba, Maggie non aveva più avuto voce in capitolo.
"Io e Leo non veniamo" rispose la ragazza.
"Perché no?"
"Siamo a pranzo dai miei"
L'italiano e lo spagnolo la guardarono sbattendo le ciglia, in silenzio.
"Grazie per averci invitato" Jo si finse offeso e prese del caffè.
"Non prendertela. Ho chiesto a Leo se poteva fingersi il mio fidanzato, così non sarei stata come sempre la figlia mediocre"
"Ma tu non sei mediocre, tu sei pazzesca!" esclamò Milo accettando la sigaretta che gli aveva offerto l'amico.
"I miei non la pensano così."
I ragazzi sospirarono e fecero colazione.
Leo si era lasciato convincere solo perché l'idea di essere il suo fidanzato per un giorno lo incuriosiva e la richiesta lo aveva lusingato: aveva scelto con cura una camicia celeste e i jeans grigi, si era pettinato e tagliato per bene la barba. Poi aveva preso la ragazza per mano e aveva salutato tutti con un "ciao" generale che aveva fatto un po' ribollire Jo.
"Perché non l'ha chiesto a me?" domandò questo a Milo non appena i due furono usciti.
"Forse aveva paura del tuo sarcasmo"

"Allora, hai tutto chiaro?" chiese la ragazza con gli occhi sgranati e il rossetto perfetto.
Leo si grattò il collo e chiuse gli occhi per ricordare tutte quelle informazioni.
"Sono figlio di un azionista di Cartier, ho in eredità un castello in Normandia e stiamo insieme da tre mesi."
"Come ci siamo conosciuti?"
"Al..." Leo strizzò gli occhi "non me lo ricordo."
"Al compleanno del tuo migliore amico, anche lui molto ricco!" Maggie si portò disperata le mani al volto.
Erano parcheggiati davanti alla tenuta da mezz'ora, cercando di inventare una storia d'amore plausibile e di imparare ogni dettaglio.
La ragazza scosse il capo e disse all'amico di ricordarsi il vassoio di biscotti al burro, l'unica cosa che il signor Robinson apprezzava senza dubbio.
S'incamminarono lungo il viale ciottolato e furono accolti dal brusio delle educate voci degli invitati. Andò loro incontro la signora Robinson, la madre di Maggie, attillata in un tailleur grigio e nei capelli perfettamente acconciati.
Il pranzo si sarebbe tenuto nel giardino, sfruttando il sole che illuminava il cielo terso.
Era tutto apparecchiato con grande precisione, notò Leo, e si trovò subito a dover stringere la mano dell'uomo di cui tanto aveva sentito parlare ma che, soprattutto, era il suo professore di Lirica.
Leo lo ricordò solo in quel momento: nascose l'improvviso terrore e sperò di non essere riconosciuto.
"Così tu sei il fidanzato della mia Margareth?" l'uomo forzò un sorriso da fumatore.
"No, sono il fidanzato di Maggie" lo corresse con prontezza Leo, sentendo poi la ragazza lui affianco scoppiare a ridere e agganciarsi al suo braccio.
"Leonard è un ragazzo molto spiritoso, papà" gli venne incontro. Il signor Robinson non rise, non sorrise neppure, ma fece un tiro della sua sigaretta e scrutò il viso di Leo attraverso gli occhiali dalla montatura elegante.
"Ti ho già visto, giovanotto?"
"Vi siete già visti?" Maggie rise ancora nervosamente.
"No, non credo" il francese tagliò corto e chiese se poteva anche lui fumare. L'uomo acconsentì e si propose di presentarlo al resto della famiglia; sarebbe stata una giornata lunga.
Pranzarono con dell'ottima carne e per dolce si deliziarono anche con del Pudding, che però Leo si trovò a disgustare.
Il ragazzo comprese presto perché Maggie non volesse trascorrere il tempo con la sua famiglia: erano tutti molto freddi e distaccati, parlavano di letteratura, di filosofia, parlavano di golf e di equitazione, si chiamavano per nome completo.
Maggie non smise mai di stringergli la mano e, non appena le cameriere sparecchiarono, lo trascinò verso il patio arredato dalle sedie di vimini.
Lì, un po' distante dalla tavolata, poté finalmente respirare.
"Tuo padre non ti ha rivolto parola" osservò accigliato Leo "fa sempre così?"
"No, di solito mi usa come termine di paragone per far fare bella figura alle mie sorelle" ridacchiò Maggie passandogli l'accendino.
Leo le diede un bacio sulla fronte e rimasero a fumare in tranquillità finché non furono richiamati dalla madre che, con la voce squillante, annunciava l'ora dei liquori.
"Siamo quasi credibile come coppia non credi?" sussurrò il ragazzo cingendole la vita con un braccio e poi imbarazzandosi per averlo fatto.
"Direi di sì. Ma non rovinare tutto rifiutando il brandy di mio padre: potrebbe arrabbiarsi."
Il signor Robinson aveva continuato a fissare Leo per l'intera durata del pranzo e anche mentre bevevano brandy. Poi, improvvisamente, sembrò ricordarsi.
"Leonard Brunet" asserì, mentre Leo aveva gli occhi persi nella bottiglia di vino che avrebbe tanto voluto bere al posto di quel liquore "Lo studente impreparato, ritardatario e arrogante del mio corso."
Il francese percepì un brivido percorrere la schiena e abbozzò un sorriso.
"Deve essere un omonimo" balbettò.
"Un omonimo che ti assomiglia molto"
"Le coincidenze della vita..."
"Margareth!" tuonò l'uomo, e la figlia sobbalzò sulla sedia dove chiacchierava con le sorelle e accorse al richiamo.
"Questo ragazzo è un vero zoticone. Come ti viene in testa di starci insieme?" le domandò con fredda austerità.
Maggie serrò la mascella e tese la mano a Leo, che la strinse.
"Papà, non so cosa tu e Leonard vi siate detti, ma io lo amo. E non ho intenzione di ascoltarti, stavolta!"
"Margareth, non osare parlarmi così!"
Maggie che non sapeva assolutamente cosa stesse accadendo decise di terminare lì il pranzo di Pasqua a casa Robinson. Incitò Leo ad alzarsi e seguirla verso l'ingresso. Si infilarono i cappotti, ignorarono la madre che cercava inutilmente di convincerli a restare e lasciarono la tenuta con il naso all'insù, come se fossero molto offesi.
Poi, una volta in auto, Maggie fissò confusa l'amico che affondava il viso sul volante.
"Che cavolo è successo? Vi ho lasciato soli un quarto d'ora!"
"Si è ricordato che sono un suo studente di Lirica e che nella sua materia sono piuttosto ridicolo" latrò Leo.
Maggie sospirò e gli accarezzò la schiena.
Leo tornò a guardarla, con la sigaretta appena accesa tra le dita e ancora truccata, elegante.
"Però almeno ci hanno creduto, no? Sei il mio primo ragazzo ufficiale" lei provò come sempre a trovare il lato positivo e, prima di potersene accorgere, si ritrovò con il viso incastrato tra le mani di Leo che la baciava.
Trattenne il respiro e restò immobile.
Quando le loro labbra si staccarono, in un istante di gelido silenzio, si guardarono negli occhi e scoppiarono entrambi a ridere.
"Cosa ti è saltato in mente?" gli chiese sfilandogli il cappello per potergli arruffare i capelli.
"Volevo vedere una cosa" rispose lui con le guance un po' arrossate, ficcandosi una sigaretta tra le labbra.
"Cioè?"
Leo mise in moto e poi la scrutò nel rossore che aveva conquistato anche lei.
"Non sei Suzanne" poté finalmente dire, un po' sollevato ma un po' spaventato dal dover riprendere la sua infinita ricerca.

La MaledettaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora