forbiddenpage
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La guardai mentre cercava di ricomporsi, i capelli sparsi sulle lenzuola che ancora portavano il segno del nostro caos. Era convinta di poter tornare a essere la ragazza di prima, quella che mi sfidava a colazione con lo sguardo fiero. Ma si sbagliava.
«Non guardarmi così, Serkan,» mormorò, cercando di coprirsi con il lenzuolo bianco. «Non significa che hai vinto.»
Mi chinai su di lei, intrappolandola tra le mie braccia e il materasso. Il profumo del sesso e della sua pelle pulita era una droga che non mi dava tregua. Sorrisi, con quell'arroganza che la faceva impazzire.
«Vincere? Eda, io non ho vinto una partita. Io ho preso possesso di un territorio.» Le sfiorai il labbro inferiore col pollice, sentendola sussultare. «Puoi rimetterti quel vestito nero, puoi tornare a urlarmi contro che sono uno stronzo, ma ogni volta che camminerai sentirai quel piccolo dolore tra le gambe. E quel dolore ti ricorderà che stanotte, mentre fuori il mondo ci cercava, tu stavi gridando il mio nome.»
Le sollevai il mento, costringendola a fissare il mio sguardo d'acciaio.
«Sei di cristallo, fragolina. E io sono l'unico che conosce il suono che fai quando ti rompi. Pensavi che 25 centimetri di carne fossero il problema? Il problema è che ora non c'è più spazio per nient'altro dentro di te. C'è solo Serkan Bolat. E sarà così finché avrai respiro.»