forbiddenpage2
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«Pensi davvero che mi importi qualcosa delle tue scuse, Can?»,
sbottò lei, la voce che tremava per l'indignazione.
«Ti ho visto. Ho visto come la guardavi, come hai permesso che ti toccasse. Sei identico agli altri, ti piace il gioco, ti piace farti adorare!»
Can non rispose subito. Un silenzio pericoloso, che pesava più di mille urla, riempì la stanza.
Poi, il rumore dei suoi passi pesanti sul pavimento fu l'unico avvertimento. Prima che Sanem potesse muoversi, una mano calda e ferma le cinse la vita, trascinandola indietro con una forza inaudita, schiacciandola contro la superficie fredda della parete.
«Guarda che cosa hai fatto, Sanem», ringhiò lui a un soffio dalle sue labbra, gli occhi scuri che brillavano di un'intensità febbrile.
«Mi hai spinto oltre ogni limite con il tuo ostinato bisogno di non capire. Vuoi giocare a fare la gelosa? Vuoi odiarmi? Bene. Fallo ancora di più. Dimostrami cosa significa questo sguardo. Odiami davvero. Odiami con tutta te stessa, perché tanto non cambierà quello che sei.»
«Lasciami...», provò a dire lei, ma la voce le morì in gola quando le mani di Can scivolarono con ferocia lungo il suo corpo, sbottonando la camicia con una velocità disperata.
«Mai», sibilò lui, affondando il viso nell'incavo del suo collo. Il suo tocco era possessivo, un marchio che rivendicava ogni centimetro di pelle.
«Non ti lascerò andare finché non avrai urlato il mio nome fino a perdere il fiato. Sei mia, Sanem. Lo sei sempre stata e ogni volta che provi a scappare, ti prendo solo più forte. Sei mia, e ti farò capire quanto fino a farti dimenticare chiunque altro sia mai esistito.»
Il litigio svanì, cancellato dall'urgenza bruta di un desiderio che non cercava più spiegazioni, ma solo un possesso totale, carnale, che faceva tremare le pareti dell'ufficio e annullava ogni traccia di quel mondo esterno da cui volevano solo scappare.