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Una notte di febbraio al pronto soccorso dell'ospedale San Luca di Rivalta. Il dottor Enrico Salvemini, cinquantatré anni e diciassette anni di turni notturni, gestisce l'ennesima emergenza con risorse insufficienti: un solo medico dove ce ne vorrebbero tre, barelle nei corridoi, pazienti che aspettano ore, un ventilatore rotto che nessuno ripara.
Alle quattro e trentasette arriva Carlo Mariani, sessantadue anni, trauma cranico grave. La diagnosi è chiara: ematoma epidurale che richiede intervento neurochirurgico immediato. Senza operazione, morirà nelle prossime ore. Ma il neurochirurgo di guardia rifiuta: condizioni neurologiche troppo compromesse, prognosi incerta. Il direttore amministrativo rinforza la decisione con la logica dei numeri: quindicimila euro per un intervento probabilmente inutile, risorse da destinare altrove.
Enrico si trova intrappolato tra il dovere di curare e la realtà del sistema. Contatta l'ospedale regionale dove un chirurgo accetta il paziente, organizza il trasferimento. Ma il tempo scorre: nebbia che blocca l'eliambulanza, protocolli che richiedono autorizzazioni, burocrazia che rallenta ogni decisione. Mentre Enrico lotta per mantenere Mariani in vita, l'ematoma continua a espandersi.
Alle sette e quarantasei, Carlo Mariani muore. La moglie Francesca scopre di averlo perso dopo una lite stupida, senza nemmeno un addio.
Per Enrico è la goccia finale dopo diciassette anni di compromessi. Decide di denunciare pubblicamente quanto accaduto, inviando tutta la documentazione alla stampa e alle autorità. La risposta è prevedibile: indagini che non trovano colpevoli, sanzioni per chi ha osato parlare. Enrico perde il lavoro e la carriera.
Ma qualcosa si muove. Sua figlia Elena sceglie la medicina d'emergenza nonostante tutto. Il fratello di Mariani istituisce una borsa di studio. Altri medici trovano il coraggio di non tacere.
Il sistema non cambia. Ma le persone sì.