veroniicastories
Haroth amava disegnare ogni curva del suo dolce e delicato volto sulla carta ruvida; ogni tratto era una confessione silenziosa, ogni ombra un frammento di lei che custodiva soltanto per sé.
Amava rubare ogni sua espressione, ogni giorno, per pura ossessione e sempre nello stesso tragitto della metropolitana.
L'aveva vista per caso al Bar & Coffee e da lì, non era più riuscito a toglierla dalla sua testa; doveva immortalare la sua bellezza e la sua anima nel suo taccuino nero.
Solo lei, Amelia.
Egli disegnava l'anima delle persone, anche quando gliela strappava con violenza dalla pelle e la trasformava nel suo vizio più oscuro.
Era sorprendentemente bravo a sporcarsi le mani di rosso cremisi; anche se per lui non era soltanto sangue; era inchiostro; il colore più sincero e allo stesso tempo più sporco che il mondo potesse mai avere.
La rabbia, l'odio e la vendetta erano il suo pennello; mentre il disprezzo era la sua tela.
E mentre lo specchio rifletteva un uomo bellissimo, colto e pacato; dietro quello sguardo si celava un cuore macchiato dal peccato e una mente divorata dalla violenza, dall'ossessione e da una lucida follia.
Era un incubo che camminava tra gli uomini senza appartenere a nessuno di loro.
Credeva di agire nel nome del bene, pur servendosi degli strumenti del male.
Dicevano fosse venuto per trasformare la morte nella più sublime bellezza nelle sue opere d'arte.
Poteva essere invisibile perfino sotto gli occhi di tutti; di chiunque volesse catturare l'impensabile. Ma non era di certo invisibile a lei.
Tutti lo cercavano e lo volevano, lui era il profeta nel mercato dell'arte.
Perché lui era "l'Artista".
Ma ormai, lei era arrivata e stava riempendo di colore la sua arte, la sua vita.
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