Si impara presto che il peso non è mai solo quello che solleviamo con le braccia, quello che riusciamo a misurare con i numeri o con la fatica dei muscoli.
Esiste un carico diverso, più sordo, che si infiltra sotto la pelle e si deposita nelle giunture, tra i respiri strozzati e le parole che rimangono incastrate in fondo alla gola, proprio dove l'aria si fa più sottile. Ci si muove con cautela, come se il pavimento fosse fatto di vetro pronto a frantumarsi sotto il passo successivo, cercando un equilibrio precario tra quello che eravamo e quello che, per colpa di un istante, non saremo più.
È una danza fatta di silenzi.
Silenzi carichi, pesanti come piombo, che si distendono tra due corpi che si sfiorano senza trovarsi mai davvero, cercandosi nell'ombra di ferite che non appartengono a entrambi, ma che entrambi finiscono per abitare. È il calore di una mano che dovrebbe proteggerti e che invece ti lascia scivolare nel vuoto, distratta da un richiamo che viene da un tempo che credevi sepolto e che invece continua a spurgare, a contaminare ogni gesto presente.
Costruiamo sui resti.
Sulle rovine.
Cerchiamo la salvezza nelle mani di chi è già devastato, convinti che due fragilità unite possano formare una forza, quando invece non fanno che approfondire il crollo. Non ci sono dichiarazioni, non ci sono promesse scritte nel marmo. Solo la tensione elettrica di un desiderio trattenuto, la paura di un futuro che sembra un vicolo cieco e quella strana, terribile necessità di essere visti proprio da chi ha gli occhi fissi altrove.
È un lento attrito.
Un logoramento necessario.
L'amore non è una cura, qui. È solo il modo più crudele per scoprire che siamo fatti di pezzi che non combaceranno mai perfettamente.
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