Il tempo di una sigaretta

Il tempo di una sigaretta

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WpMetadataNoticeLast published Sat, May 29, 2021
«Tu potresti salvarmi» disse lui. Lei, con lo stomaco sottosopra e il labbro fra i denti, tentennò. Salite e discese, questo era il ritmo stancante della loro ingarbugliata relazione, di quell'amicizia improbabile, di quel gioco in cui vince chi è più ferito o disordinato. Un gioco difficile da comprendere, senza regole, senza barriere, senza solitudine. Eppure, in quell'istante in cui i loro occhi s'incontrarono, lei si sentì più sola che mai. «Non so se ne sarei in grado.» «Sì che lo sei.» «E cosa te lo fa pensare?» Giovanni si asciugò le lacrime che avevano iniziato a tirargli la pelle, arrossandola. Si lasciò andare a un mezzo sorriso. «Mi fido di te. E non sei come gli altri.» «Ma io non ho neanche imparato a vivere, Giò. Sono sopravvissuta, ma non ho ancora imparato a vivere.» Adele cercava in tutti i modi di scappare dalla verità con tono quasi lamentoso, a voce bassa. «Imparerai, ne sono certo.» «Come fai ad esserne così sicuro?» «Perché saremo insieme, Del», Giovanni le accarezzò una guancia con delicatezza, per non farla andare via. «Perché saremo insieme.» ••••••••••••••••• Per Giovanni la musica è come l'ossigeno: indispensabile. Ed è grazie a questa passione se i suoi occhi incontrano quelli di Adele, una ragazza fuori dal comune che graffia con un solo sguardo. Ma non è solo questo a spaventare Giovanni. Lei scappa, fugge sempre prima o poi, e lui dovrà cercare di afferrare la sua mano tutte le volte che la sentirà andar via, perché Adele è così. Adele è selvaggia, libera, viva. Eppure, alla fine, si dice che tutti gli animi fugaci trovino la propria casa. Un posto per il quale vale la pena restare, per non fuggire più. Una storia d'amore forte e travolgente, un miscuglio di passione e follia. Questa è la storia di Giovanni e Adele. Tutti i diritti riservati© SE VI BECCO A COPIARE VEDETE IL MIO AVVOCATO. Spero di essere stata chiara.
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Un romanzo intenso e viscerale sulle relazioni tossiche, la malattia e tutto ciò che resta quando le parole finiscono. Tiro un pugno alla parete, la mia mano sanguina, però tutto ciò che riesco a pensare è che preferisco ferire me che lei, anche solo con le parole. Sento il suo sguardo preoccupato su di me prima delle sue parole. «Dev...» Non mi volto perché so che vedendo la rabbia nei miei occhi si spaventerebbe e farebbe un passo indietro e non sopporterei vederla allontanarsi ancora di più da me. «Tranquilla,» mormoro appoggiando la fronte al muro. «Pensa positivamente.» Vorrei evitarla, ma l'ironia mi sfugge dalle labbra. «Ho una mano dolorante quindi non potrò dare al tuo fidanzatino tutte le botte che si merita.». Scivola giù dal letto silenziosamente, avvicinandosi a me. «Dev...» sussurra. Non mi tocca e lo apprezzo, sa che ogni volta che la sua pelle viene a contatto con la mia non riesco a far altro che pensare a lei. «Smettila.» Non mi implora, non si mette a piagnuccolare o a fare l'isterica, anche se avrebbe tutte le ragioni di questo mondo. Continuo a fissare il muro, ma mi basta abbassare le palpebre per immaginare il suo viso impassibile, come sempre, con i suoi grandi occhi marroni che sprigionano tutta la sincerità di quella parola. «Ti prego.» Non aveva mai pregato nessuno, tanto meno un ragazzo. «Non affrontarlo Dev, per favore.» «Lo sai che non lo farei comunque,» ribatto con amarezza. Mi lascio scivolare, schiena contro il muro, fino al pavimento. «Vorrei farlo, e tanto, vorrei colpirlo fino a farlo diventare irriconoscibile però so il prezzo che dovrei pagare. E non posso sopportarlo.» Si siede davanti a me, poggiando le punte delle sue paperine bianche sulle mie scarpe. Sento il suo calore. «Grazie,» bisbiglia con un sorriso afflitto. «So di essere io il prezzo da pagare.» Scuoto la testa piano, la voce appena un sussurro. «Tu non sei il prezzo, Ise. Sei tutto il cazzo di bottino.»

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