These four walls

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WpMetadataNoticeÚltima atualização ter, jul 8, 2014
Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all'estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte nè brucia nel fuoco. Da lì, da quell'ossicino l'uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così che per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l'ultima cosa che sarebbe rimasta in loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati creati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L'ho dichiarato disperso finché l'ho visto nel cortile della scuola. Subito quell'idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un'altra persona.
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Non riuscivo a spiegarmi come potesse accadere di vivere nello stesso edificio da anni ignorandolo, ma la felicità dell'averla ritrovata, per un qualche misterioso incantesimo, cancellava ogni esitazione. Quanto l'avevo cercata col pensiero e con una stretta di nostalgia nel petto, sapendola lontana chissà dove, senza mai trovare il coraggio di cercarla realmente. Perché non riuscivo a dimenticarla nonostante gli anni. Il ricordo di lei, ogni volta che credevo di essermene liberato, tornava come il ciclico ritorno delle stagioni e mi colmava l'anima d'un rimpianto sordo. Lei era una qualcosa che avrebbe potuto essere ma non era stata. Era una pagina lasciata a metà, una frase non detta, una promessa non mantenuta. Il tempo trascorso sembrava essersi arrestato ai suoi anni del liceo, nei tratti del viso non una sola ruga segnava il candore dell'epidermide, non un'ombra nello sguardo chiaro come l'anima che lo sorreggeva.

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