L’uomo dei giornali piangeva, quel giorno. Quando lo vidi stringere tra le mani l’ultimo quotidiano, quando lo vidi stracciarne la prima pagina e poi ricomporla, mostrarla ai passanti, piangeva. E pianse ancora per oltre un’ora, continuò quando cominciò a piovere, le lacrime si mischiavano alla pioggia, continuò anche quando il sole si nascose dietro una luce bianca di maltempo. Pianse tutte le sue lacrime, non riuscì più a guardare la prima pagina, che pure era lì, e si mostrava, stropicciata, a pochi passi dal suo sguardo. L’uomo dei giornali piangeva, non poteva fare altro che ripetere la stessa litania, a chi passava. Sembrava incredibile, mai prima d’allora avrei pensato di poter credere a una cosa del genere, ma le sue lacrime mi dicevano che non mentiva. Sapevo che non mentiva.
– La Terra – diceva l’uomo dei giornali – la Terra sta morendo – ripeteva, il quotidiano prendeva il volo con una folata di vento, ma la notizia era ancora lì. Non era una bugia. Erano rimasti solo cinque anni, poi tutto sarebbe finito, così diceva lui. Così dicevano tutti gli uomini delle notizie, quel giorno. Avremmo pianto ancora per cinque anni, prima che la Terra si spegnesse. Cinque anni e poi ci saremmo spenti con lei.
C'è un silenzio che fa più rumore del dolore.
È il silenzio di chi ha vissuto troppo per credere ancora nella salvezza.
Lui viveva lì, in quel silenzio. In fondo a una stanza che nessuno osava aprire.
Lei, invece, arrivava con il rumore delle cose semplici: il tintinnio di una tazza, il suono caldo di una risata, il passo leggero di chi non vuole invadere ma restare.
Non lo sapeva, ma ogni suo gesto era un piccolo atto di guarigione.
Lui non cercava amore. Non lo credeva possibile.
Eppure, lentamente, lei lo riportò alla luce.
Questa è una storia fatta di piccoli tocchi e notti lunghe.
Di paure sussurrate e sguardi che valgono più di mille parole.
È la storia di un inverno lungo una vita.
E di qualcuno che ha avuto il coraggio di attraversarlo.