Brevi racconti in treno

Brevi racconti in treno

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WpMetadataNoticeLast published Mon, Jan 8, 2024
Un groviglio di gambe facevano da basamento ad un riccio nero corvino goffamente raccolto in un elegante nodo scompigliato. L'inganno ipnotico della sinuosità della posa viene distrutto da quell'unica nota di colore, un brufolo rosso pompelmo accanto all'occhio destro. Una schermata di malinconico grigiore velava la donna separandola esattamente a metà dall'immagine del resto del gruppo, tanto che il riecheggio del riso della figlia sembra provenire da un'altra carrozza. Prima che potessi risollevare il mio capo erano già scomparsi. Mi chiedo se fossero reali, se non fossero altro che mie ombre. Ero io, era lei, eravamo noi nei lunghi viaggi in treno, al ritorno dei quali dimenticavo sempre un pezzetto di quella spensieratezza infantile. Finì per non restare null'altro che quel malinconico ricordo di un piccolo bimbo amorevolmente accompagnato dalla sua (triste) mamma.
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I ricordi della mia infanzia non profumano di giochi spensierati o di calore familiare. Sono schegge di vetro freddo, frammenti di un addio sussurrato, di mani che lasciavano andare. Avevo cinque anni, un'età in cui la memoria dovrebbe essere un giardino rigoglioso, ma per me era un deserto. Un luogo arido dove le risate si seccavano prima di sbocciare e le carezze svanivano come miraggi. Fui messo su una strada polverosa, lontano da quel poco che conoscevo, verso un orizzonte incerto dove i fiori del passato non avrebbero mai messo radici. Questo è il racconto di quel viaggio, attraverso terre dove la memoria è un vento sterile e il cuore impara troppo presto a custodire le cicatrici al posto dei ricordi felici.

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