Marika a colori

Marika a colori

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WpMetadataNoticePublikasi terakhir Sen, Agt 11, 2025
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Non-fiksi
Ho 27 anni, mi chiamo Marika e passo le mie giornate dipingendo. Ho iniziato da bambina, rubando un tubetto di tempera dall'aula di arte dell'istituto in cui vivevo e imbrattandone di disegni astratti il cortile. Fui punita, sia per aver rubato il colore sia per averlo usato in un modo che la direttrice definì "vandalico". Non ho mai amato disegnare cose carine come facevano tutti i bambini. Io ho sempre buttato colori sui muri, sui fogli, a terra, con la speranza disperata che in quelle macchie astratte prendessero vita le mie paure e l'angoscia che mi attanagliava. Parlo poco, forse non sono neanche in grado di sostenere una conversazione decente con nessuno, ma i miei quadri parlano per me. Con i colori sogno di raccontare la mia storia al mondo intero e sogno il riscatto della realizzazione insieme ad un abbraccio sincero.
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Un romanzo intenso e viscerale sulle relazioni tossiche, la malattia e tutto ciò che resta quando le parole finiscono. Tiro un pugno alla parete, la mia mano sanguina, però tutto ciò che riesco a pensare è che preferisco ferire me che lei, anche solo con le parole. Sento il suo sguardo preoccupato su di me prima delle sue parole. «Dev...» Non mi volto perché so che vedendo la rabbia nei miei occhi si spaventerebbe e farebbe un passo indietro e non sopporterei vederla allontanarsi ancora di più da me. «Tranquilla,» mormoro appoggiando la fronte al muro. «Pensa positivamente.» Vorrei evitarla, ma l'ironia mi sfugge dalle labbra. «Ho una mano dolorante quindi non potrò dare al tuo fidanzatino tutte le botte che si merita.». Scivola giù dal letto silenziosamente, avvicinandosi a me. «Dev...» sussurra. Non mi tocca e lo apprezzo, sa che ogni volta che la sua pelle viene a contatto con la mia non riesco a far altro che pensare a lei. «Smettila.» Non mi implora, non si mette a piagnuccolare o a fare l'isterica, anche se avrebbe tutte le ragioni di questo mondo. Continuo a fissare il muro, ma mi basta abbassare le palpebre per immaginare il suo viso impassibile, come sempre, con i suoi grandi occhi marroni che sprigionano tutta la sincerità di quella parola. «Ti prego.» Non aveva mai pregato nessuno, tanto meno un ragazzo. «Non affrontarlo Dev, per favore.» «Lo sai che non lo farei comunque,» ribatto con amarezza. Mi lascio scivolare, schiena contro il muro, fino al pavimento. «Vorrei farlo, e tanto, vorrei colpirlo fino a farlo diventare irriconoscibile però so il prezzo che dovrei pagare. E non posso sopportarlo.» Si siede davanti a me, poggiando le punte delle sue paperine bianche sulle mie scarpe. Sento il suo calore. «Grazie,» bisbiglia con un sorriso afflitto. «So di essere io il prezzo da pagare.» Scuoto la testa piano, la voce appena un sussurro. «Tu non sei il prezzo, Ise. Sei tutto il cazzo di bottino.»

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