Guardavo da quasi un'ora, dalla barella nell'astanteria del pronto soccorso del Regio ospedale Mauriziano, l'intermittenza luminosa di un neon che tirava gli ultimi spasimi sul soffitto. In alternativa mi concentravo sui disegni dell'intonaco screpolato, sul quale l'umidità e il tempo, avevano creato la mappa geografica d'un continente immaginario. In un'ora che stavo su quella barella ancora nessuno si era occupato di me. Iniziavo vivamente a rompermi le palle, mi annoiavo in maniera feroce. La barella su cui mi avevano parcheggiato era stretta e scomoda: non possedeva la testata reclinabile per tenere su le spalle e il cuscino che mi avevano fornito era basso e morbido come massello.
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