Evangeline risiede in un perimetro di silenzi taglienti e scricchiolii improvvisi. La sua quotidianità è un esercizio di invisibilità: tra il disprezzo gelido di una matrigna che la vede come un ingombro, l'assenza indelebile di una madre lontana, la disperazione di un padre attanagliato e la carnalità esplosiva di un amante confuso, incapace di distinguere autorità e dominio, consuma le giornate in un centro urbano soffocante. Anche l'università diventa un labirinto di molestie psicologiche orchestrate da un professore ossessivo, isolandola e facendola sentire complice di un errore imperdonabile. La narrazione è scarna, elegante eppure brutale, volta a mostrare quanto la violenza casalinga e istituzionale spogli un essere umano della propria identità.
Al culmine di una notte insopportabile, mentre cerca di fuggire dall'ennesimo scontro feroce, Evangeline perde la strada di casa. Precipita in un mondo di ossa e radici, scovando un regno sottostante. Lì, le leggende sulle fate vengono distrutte. Non sono creature di luce, bensì parassiti millenari, splendidi e crudeli, che si nutrono dei traumi e delle lacrime degli umani. Nelle tenebre, Evangeline viene catturata e trascinata al cospetto di Caelum, un principe dalla bellezza marmorea e l'anima corrotta. È lo specchio dei suoi aguzzini: un manipolatore convinto che l'odio e la vendetta siano l'unica moneta di scambio valida. Il romanzo si trasforma in una fiaba cruda sulla riappropriazione di sé. Evangeline comprende che per sopravvivere alle "fate cattive" dovrà imparare a recidere il cordone ombelicale della vecchia vita. È l'ora di abbandonare il "vissero felici e contenti" delle favole classiche e ricercare una lbertà consapevole. La fragilità umana viene smascherata nella sua forma più ancestrale e magica, lanciando un messaggio potente: «Il mostro, in corona di spine o camicia stirata, perirà solo quando smetteremo di giustificarlo e di crederci colpevoli del suo male».
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