Ha ventinove anni, ma dentro è fatta di tempo incrinato, frammenti di stagioni mai finite. Cammina con schegge invisibili addosso, e nessuno sa quanto sia difficile restare intera quando il mondo ti attraversa come se fossi aria. Nessuno immagina il frastuono di una mente muta, un rumore denso che gratta l'osso. Le cicatrici non sono solo sulla pelle: abitano nei silenzi, nei sogni lasciati a marcire, nei bicchieri mezzi pieni sul comodino, resti di chi non trova più la forza di finire.
Figlia unica, allevata nell'ombra delle ferite, ha imparato a sorridere per difesa e a crollare in solitudine. In superficie sembra solare, accogliente. Ma dentro, un nodo di ferro le stringe la gola, e ogni respiro è tregua provvisoria.
Ha creduto in una tregua concessa dal destino: un ragazzo dagli occhi che conoscono la strada di casa, mani che promettono rifugio; amici che ti trattengono un momento prima che tu scivoli via. Una felicità smunta, filtrata attraverso grate, carezze che sfiorano ma non guariscono. Il buio arretra a tratti, mai del tutto. Basta una crepa, un respiro di troppo, e l'equilibrio si dissolve, ogni ragione per restare svanisce.
E così decide. Di notte. Silenziosa, senza urla, senza drammi. Solo un biglietto in tasca, come una scusa maldestra, e il bisogno di non disturbare. Quando chiude gli occhi, il mondo continua a respirare come se lei non fosse mai esistita.
Ma qualcosa l'attende. Qualcosa - o qualcuno - che non perdona.
La Morte ha visto tutto.
E non tollera chi la sceglie come scorciatoia. Ha indossato occhi umani e una voce tagliente per dirglielo in faccia. Ora è lì. Lo sguardo troppo lucido, troppo vuoto, non promette pace. Lei non è un rifugio, è un giudizio.
E la Morte è incazzata nera.
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