Ogni mattina affronto le stesse scale.
Una rampa dopo l'altra, come ho fatto per quindici anni.
Un tempo salivo leggera, quasi con orgoglio: quelle scale mi portavano nel posto dove sentivo di avere un ruolo, una voce, un valore.
Nel luogo in cui ho messo anima e cuore, spesso più del necessario.
Ora ogni gradino pesa.
Non perché non ami il mio lavoro-al contrario.
Forse fa male proprio perché lo amo ancora.
Arrivata al pianerottolo mi fermo, come sempre.
Non per mancanza di fiato, ma per ritrovare un attimo di me.
Guardo dalla finestra le tre magnolie del parco.
Sono sempreverdi, una dietro l'altra, resistenti e fiere in ogni stagione.
Per quindici anni sono state lì, silenziose testimoni delle mie corse, delle mie idee, delle mie speranze.
E io mi sono sentita un po' come loro: stabile, radicata, parte di qualcosa.
Oggi invece, mentre loro restano uguali, io mi sento cambiata.
O meglio: mi hanno cambiata.
Riprendo a salire, e ogni mattina mi ripeto che io qui ci voglio restare.
Non sono fatta per scappare.
Ho costruito così tanto, ho dato così tanto che l'idea di andarmene mi spezza più del peso che sopporto.
Ma quando la sera scendo, il dolore è diverso: non è solo stanchezza.
È la sensazione di essere diventata un'estranea nel posto che considero casa.
Come se da un giorno all'altro qualcuno avesse spostato le pareti, i rapporti, i confini.
Come se la mia dedizione non valesse più niente.
Salire mi pesa.
Scendere mi ferisce.
E in mezzo, tra quelle due rampe, c'è la parte di me che non vuole mollare.
Che vorrebbe solo tornare a respirare come una volta, a fare ciò che amo senza paura, senza sguardi che tagliano, senza voce che trema.
Le magnolie restano verdi.
Io resto sospesa.
E una domanda mi accompagna ogni giorno più vicina:
Come si fa a combattere per un posto che ami, quando è proprio quel posto che ti fa stare male?
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