Alex sentiva il bisogno come una febbre silenziosa. Non aveva un volto, né un nome, ma si muoveva sotto la pelle con la stessa insistenza di un pensiero sporco che torna quando meno te lo aspetti. La città, quella notte, sembrava costruita apposta per farlo perdere: marciapiedi lucidi, finestre illuminate come promesse, corpi che si sfioravano senza guardarsi. Alex camminava lento, le mani nelle tasche, il cuore che batteva un po' troppo in basso per essere solo ansia. Non sapeva cosa stesse cercando. Sapeva solo che non voleva tornare a casa da solo.
Blaze invece era fermo. Immobile nel centro esatto della sua stanchezza.
La depressione non lo rendeva fragile: lo rendeva vuoto, e il vuoto aveva sempre fame. Si portava addosso una malinconia elegante, pericolosa, fatta di notti insonni e desideri mai davvero soddisfatti. Blaze era abituato a usare il corpo per non sentire troppo, ma quella sera anche il desiderio sembrava più scuro, più lento, più profondo. Come se qualcosa - o qualcuno - stesse per toccarlo nel punto sbagliato. O giusto.
Non si conoscevano.
Eppure, senza saperlo, si stavano avvicinando.
C'erano incontri che iniziavano prima dello sguardo, prima delle parole. Iniziavano nella tensione tra due solitudini, nel richiamo animalesco che non chiede permesso. Alex sentiva il petto stringersi ogni volta che incrociava un riflesso nel vetro. Blaze accendeva una sigaretta dopo l'altra, come se stesse aspettando un segnale che non arrivava mai - e che allo stesso tempo era già ovunque.
Quando si sarebbero incontrati, non sarebbe stato dolce.
Sarebbe stato necessario.
Un urto lento, carico di elettricità, di desiderio trattenuto, di corpi che sanno riconoscersi prima ancora di fidarsi.
E forse, per entrambi, sarebbe stato l'inizio di qualcosa che fa male
proprio perché fa sentire troppo.
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