C'erano giuramenti scolpiti nella pietra di Arcadia, parole nate per durare quanto le montagne. Rylor li aveva pronunciati tutti, con la spada al fianco e lo sguardo fiero, quando il regno splendeva ancora di stendardi e fiducia. Nobile di sangue e di spirito, Comandante degli Norðrúlfrar, noti anche come "i Lupi del Nord", era il baluardo di un'epoca che non conosceva il tradimento.
Poi vennero gli amici. E con loro il fuoco.
Arcadia non cadde per un assalto improvviso, ma per una ferita aperta dall'interno. Le porte si spalancarono a chi era stato chiamato alleato, i brindisi divennero catene, le promesse lame piantate alle spalle. Rylor fu sconfitto, umiliato, costretto ad assistere alla distruzione del suo regno mentre i nomi un tempo sacri si trasformavano in maledizioni. La sua morte non fu eroica, ma necessaria per chi voleva cancellare Arcadia dalla storia.
Eppure la morte non lo accolse.
Dalle ceneri e dal sangue rappreso, Rylor si rialzò. Non per grazia, ma per condanna. Una maledizione lo legò a un'esistenza eterna, un giogo invisibile che gli negava la pace finché la vendetta non fosse compiuta. Ogni battito del suo cuore rinato portava un debito. Ogni respiro ricordava ciò che aveva perso.
Ora cammina in un mondo che non lo riconosce più: cavaliere senza regno, uomo fuori dal tempo, arma forgiata dall'odio. La sua lama affronta nemici di carne e acciaio, ma anche i fantasmi del passato e la tentazione di diventare solo ciò che la maledizione pretende. Eppure, lungo il cammino, tra volti inattesi e terre sconosciute, nasce un dubbio pericoloso: che esista qualcosa oltre la vendetta.
Ma le maledizioni non dimenticano. E il sangue chiama sangue.
Questa è la storia di ciò che resta quando un regno muore. Di un uomo che non può morire finché non avrà distrutto ciò che lo ha spezzato. Aprire queste pagine significa seguire Rylor fino al confine tra odio e redenzione, dove la vendetta promette una fine e l'anima osa desiderare
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