«Non può piovere per sempre», dicono. Ma chi lo dice non ha mai sentito il rumore delle ossa che si frantumano sul marciapiede. Non ha mai sentito l'odore del sangue mischiato alla candeggina .
Dylan ha imparato il peso della realtà a nove anni, quando il mondo ha smesso di sapere di zucchero per puzzare di aceto marcio e plastica bruciata. È il rumore di un sacco di farina che cade da tre piani d'altezza, ma Alexander non era farina. Da quella notte, Dylan è un buco nero che mastica piombo e polvere; un'orchestra di traumi che esegue una sinfonia di vetri infranti dietro i timpani. Non vuole il tuo cuore; vuole la tua sottomissione. Vuole essere l'incendio che divora l'ipocrisia di chi chiama "vita" quella che è solo una recita.
Charlotte è un'attrice da Oscar in un film dell'orrore che non finisce mai. Sorride mentre l'anima le marcisce dentro, sterminando la sua natura selvaggia con una piastra rovente ogni mattina, cercando di stirare via il disordine di un passato che puzza di muffa e pianto. È una bambola di porcellana crepata che affoga nel proprio silenzio, tra il disgusto per la propria carne e il fantasma di una sorella, Sophie, rimasta a galleggiare in una vasca di rimpianti e sangue. Charlotte vive in apnea, con il petto che esplode in un panico perenne, convinta che il suo dolore sia solo un disturbo dell'estetica altrui.
Si sono scontrati tra i fumi dell'alcol e dell'odio, nel bagno sporco di una villa di vetro. Non è stato un incontro, è stato un massacro. Lui ha cercato di annegarla nel fondo della sua stessa arroganza; lei gli ha sputato in faccia il fiele di chi è stato nutrito a forza di abusi.
Ora, tra i corridoi gelidi dell'ultimo anno di liceo, le loro oscurità stanno per collidere.
Non è una storia d'amore. È un banchetto atroce dove il mondo si è saziato della loro carne. Perché nessuna mano, per quanto amorevole, potrà mai ricucire un'anima che ha imparato a sentirsi viva solo quando il terrore diventa l'unico ossigeno.
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