Sherlock era così bello e così spezzato. James poteva vedere le crepe nella sua mente che cercavano di ricomporsi e poi si incrinavano di nuovo. E lui riusciva soltanto a fissarlo, diviso tra il bisogno di aggiustare subito quelle fratture, per farlo tornare integro, e l'innominabile desiderio di lasciarlo andare in pezzi, solo per vederlo crollare ed essere colui che lo avrebbe raccolto e ricomposto.
«Lasciala andare, Sherlock,» sussurrò, prendendo infine la bottiglia dalla sua mano per appoggiarla sulla mensola accanto a loro. «Puoi lasciarla andare, adesso.»
James percepì il tremore nel suo corpo. Sherlock stava tremando. Per il freddo, per gli abiti inzuppati di pioggia, per il troppo liquore bevuto, per le emozioni contrastanti e tremende che, di sicuro, stava provando.
Il suo desiderio mutò con la stessa rapidità con cui la luce dei fulmini rischiarava la notte.
Voleva prendere Sherlock tra le braccia.
Voleva stringerlo a sé finché non avesse smesso di piangere e tremare.
Voleva posare le labbra sulle sue. Sentire il sapore del whiskey e delle lacrime dalla sua bocca.
Voleva sapere cosa si provava ad avere il suo corpo contro al proprio, a dividere con lui l'intimità di un rapporto carnale, oltre a quello mentale.
Voleva Sherlock, come non avrebbe nemmeno mai dovuto osare.
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