E lei era bella, come la luna.
Il suo nome suonava come un sussurro, quando lo pronunciava lei, avevo quasi paura che il vento lo portasse via. Mia. Una stella ormai distante. Una bellissima Dea. La mia luna.
Lei era la ragazza più bella e intelligente che conoscessi.
Lei non era una mia amica, nemmeno la mia ragazza, le persone spesso ci chiamavano lesbiche, perché credevano fossimo fidanzate, in realtà non eravamo lesbiche, eravamo Sophie e Mia, due persone. Lei mi ha insegnato ad odiare le etichettature, non ci piace essere chiamate lesbiche, etero, a lei non piaceva neppure che le dicessi che era bella, ma non resistevo mai, quando mi guardava, il viso piccolo e magro, occhi profondi,scuri, un po' troppo, mi ci perdevo, a volte sembrava che la fissavo, a volte era così.
Ricordo ancora bene il nostro primo incontro; capì subito che lei era diversa, era lì, silenziosa insieme a quelli che chiamava persone, persone che, come mi raccontava lei, si etichettavano a vicenda come amici.
Questa mania. Ogni cosa per lei era un' etichettatura, ed io ho sempre provato ad interpretarla.
Forse era paura di essere giudicata? Non lo so. Ogni volta che provavo a parlargliene lei mi diceva che le domande erano frutto di insicurezza, che non dovevo preoccuparmi per lei.
Per questo non mi sono mai preoccupata troppo, avevo paura di cambiarla, e anche se penserete che lei fosse una musona, oh no no. Avete mal interpretato il "riflessivo" esatto, io di sicuro non le stavo accanto perché era noiosa o sciatta, ma proprio perché non lo era. Era la ragazza più intelligente del mondo e sì, etichettature a parte, era anche la più bella.
Con ancora le lacrime agli occhi e il cuore a mille,entro dentro il parco e mi siedo su una panchina,accanto un uomo piuttosto tranquillo.
Porto le ginocchia al petto e mi stringo nelle spalle mentre altre lacrime escono dai miei occhi. Il parco è vuoto, ci sono solo io e questo signore accompagnato dal rumore dei miei singhiozzi.
«Aveva qualcosa di speciale?» Una voce roca e bassa mi fa sobbalzare. Capisco all'istante che è l'uomo accanto a me.
Lo guardo per svariati secondi chiedendomi come lui faccia a sapere che il mio pianto è dovuto a questo,poi decido di rispondere e magari sfogarmi,una volta per tutte.
«Tutto. C'è solo lui,al mondo.» Una risata isterica esce dalla mie labbra.
«Cioè?»
«Non c'è nessuno come lui.» Rispondo sicura di me,aggrottando la fronte. Perchè sì,nessuno può essere come lui,è l'unico al mondo.
«Dov'è adesso?»Mi domanda,cercando il mio sguardo che io evito. Non so neanche il motivo di questo mio sfogo,con uno sconosciuto,tra l'altro,ma è quello che mi