03.00 AM

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Non-Fiction
Stava sdraiata sul letto, fissando il tetto come se fosse invisibile, come se avesse potuto aprirsi in esso un varco per mostrarle le stelle più lontane, più timide, più nascoste. E invece era solo lei, sdraiata sul letto, con la musica che le veniva soffiata nelle orecchie dalle cuffiette vecchie e mezze rotte che però lei non aveva il coraggio di buttare. Guardò l'orologio, erano le 2.55. Tutti in casa dormivano, lei era l'unica sveglia a quell'ora, come tutte le notti, d'altronde. Quando il sonno le stava lontano, lei amava chiudere gli occhi, si immaginava di andare in luoghi lontani, vedere nuovi colori, sentire nuovi odori, sorridere a volti nuovi; in un secondo poteva viaggiare dall'India, all'Alaska, alla Nuova Zelanda: il mondo in un secondo sembrava minuscolo, rispetto al potere dell'immaginazione. E sorrideva, pensando ai viaggi futuri, voleva consumarle quelle valigie che stavano nel suo armadio a prendere polvere da troppo tempo; quindi apriva gli occhi, guardava il planisfero appeso davanti al suo letto, e le sembrava che il cuore le esplodesse nel petto. Sentiva quella città troppo stretta per una come lei, fin da quando era piccola; non l'aveva mai sentita sua. Guardò di nuovo l'orologio, erano le 3.00. In 5 minuti aveva parlato, a modo suo, più di quanto avesse fatto in anni e anni; questo perchè aveva parlato con il cuore e la mente aperti, aveva sorriso con gli occhi e non con la bocca, e aveva pensato quello che voleva pensare, non quello che si sentiva obbligata a pensare. Richiuse gli occhi, e pensò che forse era pazza; non credeva che le sue amiche avessero comportamenti come quelli, si sentiva una pazza. Ma d'altronde, si dice che i matti siano sempre i migliori; e con questo pensiero nel cuore, il sonno finalmente la abbracciò.
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Ci sono delle notti in cui, guardando fuori dalla finestra, ci si sente le palpebre pesanti e tutto ciò che si desidera è buttarsi sul letto, con o senza lenzuola, a dormire. E poi c'erano le notti stellate. Nel 1917 si pensava a ciò che avrebbe comportato la Grande Guerra al suo termine. E poi c'era lei. La bambina di appena tre anni che guardava le stelle fuori della sua finestra immaginando un mondo migliore. Un mondo dove c'era solo la pace, mai la guerra. Dove piangere per tristezza fosse proibito. Quella notte, rapidissima, una stella cadente attraversò il cielo. Melody Lestrange chiuse gli occhi ed espresse il suo desiderio: "Voglio vivere di avventure". All'improvviso le venne un'idea. Corse in punta di piedi nella stanza di fianco e si sedette sul letto con le gambe a penzoloni: «Leta?» «Sì?» «Sei sveglia?» «Certo che sono sveglia, Melody» «Mi sto annoiando» sbuffò la piccola. «Dormi» sbadigliò la maggiore. «Solo perché hai quasi vent'anni non vuol dire che tu ti debba comportare da adulta» ribatté lei. «Melody...» «Fai una magia?» chiese lei. Leta non era gentile e disponibile, di solito, ma quella bambina riusciva ad addolcire anche lei. «Quindi... cosa vuoi vedere?» «Il tuo Patronus!» esclamò Melody. «Sai che non è il massimo...» mormorò Leta. «Sì!» esclamò Melody, saltellando. Chiuse gli occhi e pensò al suo ricordo più felice, così come Leta: «Expecto Patronum!» dissero entrambe. Un gatto siamese fece il giro della stanza. «È bellissimo!» gioì Melody, iniziando a correre. «Melody? Melody, aspetta, qui è scivolo-» La bambina stava per cadere rovinosamente, ma si bloccò e tornò perfettamente in piedi. Leta era basita. Raramente i maghi e le streghe davano segni di magia a soli tre anni. Avrebbe avuto molte più capacità di lei. Non avrebbe mai più potuto stupirla. Le puntò la bacchetta contro: «Oblivion» Con @Giuseppetritto9

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