03.00 AM

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Stava sdraiata sul letto, fissando il tetto come se fosse invisibile, come se avesse potuto aprirsi in esso un varco per mostrarle le stelle più lontane, più timide, più nascoste. E invece era solo lei, sdraiata sul letto, con la musica che le veniva soffiata nelle orecchie dalle cuffiette vecchie e mezze rotte che però lei non aveva il coraggio di buttare. Guardò l'orologio, erano le 2.55. Tutti in casa dormivano, lei era l'unica sveglia a quell'ora, come tutte le notti, d'altronde. Quando il sonno le stava lontano, lei amava chiudere gli occhi, si immaginava di andare in luoghi lontani, vedere nuovi colori, sentire nuovi odori, sorridere a volti nuovi; in un secondo poteva viaggiare dall'India, all'Alaska, alla Nuova Zelanda: il mondo in un secondo sembrava minuscolo, rispetto al potere dell'immaginazione. E sorrideva, pensando ai viaggi futuri, voleva consumarle quelle valigie che stavano nel suo armadio a prendere polvere da troppo tempo; quindi apriva gli occhi, guardava il planisfero appeso davanti al suo letto, e le sembrava che il cuore le esplodesse nel petto. Sentiva quella città troppo stretta per una come lei, fin da quando era piccola; non l'aveva mai sentita sua. Guardò di nuovo l'orologio, erano le 3.00. In 5 minuti aveva parlato, a modo suo, più di quanto avesse fatto in anni e anni; questo perchè aveva parlato con il cuore e la mente aperti, aveva sorriso con gli occhi e non con la bocca, e aveva pensato quello che voleva pensare, non quello che si sentiva obbligata a pensare. Richiuse gli occhi, e pensò che forse era pazza; non credeva che le sue amiche avessero comportamenti come quelli, si sentiva una pazza. Ma d'altronde, si dice che i matti siano sempre i migliori; e con questo pensiero nel cuore, il sonno finalmente la abbracciò.
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"Inizio questa lettera con una nuova luce nell'anima …" Quando mi trovai il foglio stropicciato tra le mani, faticai inizialmente a riconoscerne la calligrafia. Alla seconda occhiata identificai le lettere svolazzanti e ben tornite che solo lei sapeva produrre. Qualcosa nel mio petto si lamentò e la mente iniziò a riavvolgere il filo dei ricordi formati da immagini appartenenti ormai a un'altra vita conclusasi con la sua esile figura che si allontanava piangendo verso la macchina. Fui risvegliato da quel sogno ad occhi aperti dalla voce di mio figlio che mi stava scuotendo il bordo del maglione. "Papà, cosa leggi?" Mi sentii inquisito, nonostante l'innocenza di quella domanda e mi affrettai a rinchiudere quel foglio dentro la busta da cui era uscito. Me lo infilai in tasca sperando di dimenticarmene e farlo finire nella lavatrice insieme ai jeans. Quella sensazione strana era tornata dopo così tanto tempo con la stessa forza e intensità della prima volta. Era un sabato pomeriggio e avevo vagato per i negozi del centro. Casualmente, lungo la strada del ritorno, avevo incontrato alcuni amici fermi a un bar e, con loro, c'era anche lei. Mi salutò in modo cortese e distaccato. Dentro me si accese qualcosa che non capivo. Sentivo un richiamo, una promessa di giornate di sole. Scambiai qualche parola con i miei amici, ma lei non intervenne mai nella conversazione. Guardava distratta altrove. Rincorsi il suo sguardo e fermai anche il mio su quel ragazzo con la faccia da angelo che nascondeva un animo notoriamente impunito, colpevole della sofferenza di molte fanciulle. Ultimamente si era sistemato con una biondina cicciottella che abbondava anche nelle finanze. Così almeno dicevano le malelingue. La biondina forse l'aveva lasciata a casa a dieta e lui sorrideva ammiccando a lei, perfetta nel suo completo sportivo e lontana con la mente mille miglia da dove eravamo. Tornai a casa scrollando le spalle, ma non riuscii a togliermi dalla testa quella strana sensazione.

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