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WpMetadataNoticeLast published Mon, Dec 5, 2016
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Fiction
Romance
ispirato a: Mi avevano appena portato la pizza. Mi sedetti in un tavolo in disparte, per sentirmi invisibile. Odiavo il peso degli sguardi altrui su me stessa. Il treno sarebbe passato un'ora dopo, perciò avendo così tanto tempo a disposizione decisi di mangiare con calma. Ad un certo punto, vidi una ragazza alla disperata ricerca di un posto, e dato che erano terminati tutti, le feci cenno di accomodarsi al mio. Rispose con un lieve cenno della testa e, sistematasi sulla sedia, alzò gli occhi dal pavimento e mi rivolse un sorriso triste di gratitudine. Le sue guance erano rigate dal mascara che continuava a colare sui suoi zigomi. Subito, le porsi un tovagliolo per pulirsi. Lei lo prese tra le mani. Tremavano. Se lo posò sul volto e iniziò a piangere sommessamente, con singhiozzi che le percuotevano il corpo. Mi allarmai. Le domandai se dovevo chiamare qualcuno ma lei scosse fermamente la testa in segno di disapprovazione. Le volli chiedere cos'era successo, quasi più per cortesia che per interesse, ma la sua risposta mi colpì. "Ho perso il treno. Ripasserà fra un'ora. E forse potrà sembrare stupido, ma lo sa perché non sono riuscita a salire?" Feci no con la testa. I suoi occhi erano arrossati per il pianto. "Perché sono arrivata ultima. Ultima. Ancora una volta. Ho chiesto un permesso per uscire 10 minuti prima. Ho corso sotto la pioggia. Mi sono scontrata con moltissime persone. Ma sono andata avanti. Ho dato il meglio di me stessa per raggiungere quel treno. E anche questa volta, il mio meglio non è stato abbastanza. Perché io sono destinata ad essere sempre e solo l'ultima. Provai empatia nei suoi confronti. Le strinsi una mano per infonderle un po' di coraggio e sorrisi debolmente. Non sapevo cosa rispondere, così lascai che continuasse.
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Un romanzo intenso e viscerale sulle relazioni tossiche, la malattia e tutto ciò che resta quando le parole finiscono. Tiro un pugno alla parete, la mia mano sanguina, però tutto ciò che riesco a pensare è che preferisco ferire me che lei, anche solo con le parole. Sento il suo sguardo preoccupato su di me prima delle sue parole. «Dev...» Non mi volto perché so che vedendo la rabbia nei miei occhi si spaventerebbe e farebbe un passo indietro e non sopporterei vederla allontanarsi ancora di più da me. «Tranquilla,» mormoro appoggiando la fronte al muro. «Pensa positivamente.» Vorrei evitarla, ma l'ironia mi sfugge dalle labbra. «Ho una mano dolorante quindi non potrò dare al tuo fidanzatino tutte le botte che si merita.». Scivola giù dal letto silenziosamente, avvicinandosi a me. «Dev...» sussurra. Non mi tocca e lo apprezzo, sa che ogni volta che la sua pelle viene a contatto con la mia non riesco a far altro che pensare a lei. «Smettila.» Non mi implora, non si mette a piagnuccolare o a fare l'isterica, anche se avrebbe tutte le ragioni di questo mondo. Continuo a fissare il muro, ma mi basta abbassare le palpebre per immaginare il suo viso impassibile, come sempre, con i suoi grandi occhi marroni che sprigionano tutta la sincerità di quella parola. «Ti prego.» Non aveva mai pregato nessuno, tanto meno un ragazzo. «Non affrontarlo Dev, per favore.» «Lo sai che non lo farei comunque,» ribatto con amarezza. Mi lascio scivolare, schiena contro il muro, fino al pavimento. «Vorrei farlo, e tanto, vorrei colpirlo fino a farlo diventare irriconoscibile però so il prezzo che dovrei pagare. E non posso sopportarlo.» Si siede davanti a me, poggiando le punte delle sue paperine bianche sulle mie scarpe. Sento il suo calore. «Grazie,» bisbiglia con un sorriso afflitto. «So di essere io il prezzo da pagare.» Scuoto la testa piano, la voce appena un sussurro. «Tu non sei il prezzo, Ise. Sei tutto il cazzo di bottino.»

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