《Capitolo 8》

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Sveglia prestissimo. Ci prepariamo e ci ritroviamo tutte in una sala comune per dividerci i compiti della giornata.
Catrine assegna a ognuna il proprio incarico, ma quando arriva il mio turno si ferma, mi guarda, e poi passa oltre.
Alzo un sopracciglio, stranita.
Quando tutti escono dalla stanza, fermo Catrine afferrandole un polso.

«Catrine, perché a me non hai assegnato nessun compito?» chiedo seria.
La bionda mi guarda, poi sospira.
«Per ora ti riposerai. Nel pomeriggio incontrerai il tuo padrone, con il quale stipulerai un contratto che solo lui potrà sciogliere» afferma in modo sbrigativo.
«Cerca di darti una sistemata, parla poco e sii gentile» aggiunge tranquilla.
Le lascio il polso e lei corre via.
Mi siedo su una sedia.

Dentro di me sono contenta di non dover lavorare, ma d'altra parte non voglio certo diventare il cagnolino di nessuno.
Al solo pensiero, la rabbia mi sale a livelli critici.
Decido di farmi una doccia.
Dopo essermi rinfrescata con un getto gelato per contrastare il caldo soffocante, mi guardo allo specchio... e per poco non urlo.

Delle profonde occhiaie violacee incorniciano i miei occhi verde smeraldo. La mia carnagione olivastra appare smorta, i capelli sono ancora bagnati e mi si appiccicano al viso.
Dato il mio nuovo "incarico", mi metto subito al lavoro: faccio sparire le occhiaie, ravvivo il colorito della pelle.
Non asciugo i capelli: li lascio asciugare in morbide onde.
Traccio un po' di matita nera sugli occhi, poi mi vesto con dei pantaloncini neri, una canotta viola e degli anfibi neri opachi.
Mi guardo allo specchio, soddisfatta, ed esco dalla stanza.

Raccolgo le mie poche cose: qualche vestito e la mia uniforme.
Guardo l'orologio: sono le 8:20, prestissimo.
Decido di andare in cucina per sgranocchiare qualcosa.

Appena arrivo, Stephen - il pasticcere - sforna i cornetti.
Il loro profumo invade le mie narici, estasiandole.
Mi avvicino al bancone, puntando lo sguardo su un cornetto alla crema.

«Tieni, Haivy»
Me lo porge Stephen, sorridente. È un ragazzo più grande di me di due anni. Ha i capelli rasati, carnagione chiara e occhi grigi. È magro, non molto muscoloso, ma estremamente simpatico... anche se ci prova con tutte le cameriere che vanno avanti e indietro dalla cucina.

«Grazie, Stephen»
Lo ringrazio addentando un pezzo di cornetto. Lui sorride.

«Oggi non lavori?» chiede con sguardo malizioso.

«No. Da quanto mi ha detto Catrine, nel pomeriggio dovrò incontrare il mio padrone...» dico affranta.
Lui mi abbraccia.

«Povera piccola!!» piagnucola, stringendomi fortissimo.

«Ste-phen!!» balbetto picchiettando il suo braccio.
Lui mi molla.

«Scusa...» ridacchia, grattandosi la testa.
Lo guardo malissimo.

«Quindi... non ci vedremo più?» piagnucola con occhi da cerbiatto.

«Non fare il bambino!» dico io con tono maturo, finendo il cornetto.
Il suo sguardo da "diamante" mi fissa, e mi scappa una risata isterica.

«Se quel figlio di papà ti tratta male, dimmelo e gli spacco la faccia!» dice, alzando il pugno.

«Stephen!!!»
La voce stridula di Beth, la capo cuoca, risuona per tutta la cucina.
Stephen si gela sul posto.

La ragazza dai codini alti si avvicina con una chicchiera in mano.

«Razza di provolone! Fila a lavorare!» gli urla contro, furiosa.

Stephen, con uno sguardo terrorizzato, corre subito ai fornelli.

«Giorno, Beth!» la saluto ridendo come una matta.

«Giorno a te, Haivy!» esclama, saltellando via.

«Tu sei mia...» sussurra Stephen in modo malizioso, ricevendo però un matterello volante dritto in testa da parte di Beth.

«Maniaco pervertito!» ringhia lei.

Esco dalla cucina piegata in due dalle risate, fino a cadere a terra in preda a una risata così sonora da farmi lacrimare.

Dopo essermi ripresa, mi rialzo e decido di fare un giro per il castello, giusto per passare il tempo.
Nel mio vagabondare, mi ritrovo in uno splendido roseto ben curato.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal dolce profumo.
Un vento caldo mi scompiglia i capelli, ormai asciutti.
Le foglie si muovono seguendo il vento.
Poi... uno sguardo mi trapassa la schiena.
È una sensazione rapida, ma intensa. Un brivido gelido mi percorre la schiena.

Cos'è stato?
Mi chiedo tra me e me, scuotendo le spalle con uno sbuffo.
Guardo l'orologio: sono le 12:20.
Sgrano gli occhi, sconvolta.
Quando mi riprendo, rientro nel castello, chiedendomi dove dovrò incontrare il mio "padrone".

«Haivy!!»
Una voce familiare mi fa voltare. È Catrine, che corre verso di me.

«Sì? Che succede?» domando, spaventata.

«Ti ho trovato! Vieni! Mi hanno detto di chi sarai la schiava.»

A quella parola sento il sangue ribollire.
Lei mi afferra il polso e mi trascina via.
Attraversiamo corridoi su corridoi, svoltando continuamente, finché non si ferma di colpo e io le finisco addosso.

Mi massaggio il naso, brontolando.

«Siamo arrivati...»
Lo dice a bassa voce.
La guardo: il suo sguardo è triste... malinconico.

«Piccola... dietro quella porta c'è il tuo futuro.»
La sua voce è un sussurro.
Mi guarda, poi mi abbraccia.
Sorpresa, ricambio l'abbraccio.
Restiamo così per qualche secondo.

«Abbi cura di te, piccola!»
Mi sussurra all'orecchio, stringendomi più forte.
Sento la sua spalla bagnarmi... sta piangendo.
Le asciugo le lacrime.

«Grazie di tutto, Catrine...»
Sussurro, trattenendo le mie.

Ci stacchiamo. Lei mi stringe la mano per darmi coraggio, poi si allontana, sparendo dietro la porta.

«Buona fortuna...»
Sussurra.

Annuisco, sicura.
Mi avvicino alla porta...
Afferro la maniglia e...

❦𝓵𝓪 𝓢𝓬𝓱𝓲𝓪𝓿𝓪 𝓭𝓮𝓵 𝓟𝓻𝓲𝓷𝓬𝓲𝓹𝓮❦Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora