Insegnami a non sciogliere la neve

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Vanity Fair 13.02.2019

Ho incontrato Fedez per la prima volta due anni e mezzo fa. Con quella mentalità piccolo borghese che Pasolini avrebbe tanto disprezzato, mi aspettavo un ragazzino gonfiato di ideali da sinistra spicciola e canzoni da tormentone estivo, del genere che dopo due minuti di conversazione impegnata si perdono in un bicchiere di luoghi comuni. Invece finimmo a parlare di politica, di unioni civili, di Italia sbattuta ed affranta che inciampa sempre nelle stesse contraddizioni di bel paese senz'anima. E Pasolini non lo cito a caso, perché ancora ricordo uno straccio di conversazione che poi sulla carta non è mai arrivato. Fedez si era stretto nelle spalle, la sigaretta elettronica perennemente stretta nel pugno sinistro, quando avevo indicato Teorema abbandonato malamente su uno scaffale, accanto ad un paio di libri di Bukowski ed una action figure in posa.
"È un regalo. Non l'ho ancora letto, non ho tempo. Me lo consiglia?"
Col senno di poi, gli avrei risposto di sì.

Il motivo di questa intervista non è la promozione di un disco, anche se per venti minuti abbondanti non parliamo di altro. Lo mette subito in chiaro sua madre quando mi accoglie in una casa ancora asettica poco lontano dalla periferia, lo dice anche lui per caso, mentre parliamo davanti a due tazzine di caffé, che lui beve amaro anche se storce la bocca ad ogni sorso. All'inizio, prima di offrirmi la tazzina dopo un'occhiataccia di sua madre e un mezzo sospiro, mi ha guardata e ha semplicemente detto "Facciamolo", quasi a togliersi un peso.
Forse, la cosa che più mi colpisce, è il fatto che in due anni non è assolutamente cambiato. Forse è la casa, che è un po' diversa, con un quadro che non c'era la prima volta, col libro di Pasolini e quelli di Bukowski ancora al loro posto, circondati però da un paio di cataloghi e un librone col titolo francese, con un cappotto firmato pieno di farfalle ricamate appeso accanto alle giacche a vento all'appendiabiti accanto alla porta. Forse è proprio lui, alla fine. Con quell'aria sbattuta ma anche serena, nonostante il nervosismo che gli si legge sulla pelle.

Dietro agli scandali da Sabato sera spalmati sulla home di Facebook dell'italiano medio, ai tormentoni estivi che fatturano cifre che nel panorama musicale italiano non vanta nessun'altro: dietro Fedez c'è qualcosa che fino a qualche mese fa si poteva soltanto intuire, che è esploso con un album annunciato un'ora prima dell'uscita ufficiale con un tweet nato dal niente ed un link per il download gratuito descritto in meno di centoventi caratteri. "Si intitola 'Nazione Scandalo'. Questa volta è per me." Il giorno dopo il web è esploso, perché una cosa così in Italia non si era mai vista. Due giorni dopo Chi ha pubblicato un set di fotografie inequivocabili. Poi ancora lo scandalo, la scalata delle classifiche, il silenzio stampa rotto soltanto da cinguettii e foto sui social, la rottura definitiva col mondo della televisione "almeno finché non vengo a capo di un paio di cose nella mia vita". In questo nostro secondo incontro ad un certo punto dirà "Se ho sempre scritto come Fedez c'è un motivo. Nazione Scandalo forse è il primo lavoro dove sono solo Federico. È come togliersi una maschera, e nel rap spesso equivale a giocarsi la carriera. Sono stato fortunato."

Quando gli dico che pubblicare un album in free download con un'ora di preavviso è una mossa coraggiosa, anche per uno come lui, si mette a ridere, forse un po' in imbarazzo. "Se proprio dovevo sputtanare la mia reputazione, tanto valeva farlo in grande stile": sua madre gli lancia un'altra occhiata, il caffè gli lascia una smorfia sul viso. "Insomma, non mi interessavano le vendite. Quest'anno compio trent'anni, ho alle spalle numeri che parlano da soli, ma non mi sono mai illuso del fatto che tutto questo potesse durare per sempre. Sono arrivato ad un punto però in cui posso permettermi di fare anche questo: e se rovino la carriera nel frattempo, almeno mi sono tolto un peso dallo stomaco. Nazione Scandalo è rimasto per troppo tempo un taccuino scarabocchiato sul fondo di un cassetto."
Parla con gli occhi fissi nei miei e le mani chiuse intorno alla tazza di caffè. Dopo un attimo aggiunge "Dovevo scegliere tra questo e rimanere per tutta la vita a raccontare cazzate. Almeno, posso concedermi un po' di onestà in più."
Nazione Scandalo è un concept album. Di quelli difficili da ascoltare, con intermezzi di elettronica purissima e rif di chitarra che ricordano i Sex Pistols e la rabbia gelida del primo punk, con una storia autobiografica che è anche un passo fuori dal buio, fuori dal personaggio, per essere un po' più se stessi. Strano, per uno che fino a qualche anno fa cantava di ragazzine minorenni in "Vorrei ma non posto".
"Ho cominciato a scriverlo quasi cinque anni fa. Era un periodo della mia vita in cui, onestamente, non vedevo una via d'uscita. E quindi nel frattempo buttavo giù rime, come un sedicenne."
Nazione Scandalo parla, sostanzialmente, di una storia d'amore. Sette canzoni che si districano in un mare di sentimenti stretti intorno allo stomaco, in un mare di paure che solo il tempo e la pazienza riescono a mitigare un po'; ma anche Federico mentre si racconta ogni tanto abbassa ancora gli occhi, stringe le mani in grembo ed esita nel trovare le parole giuste, la sua maschera gettata nel momento in cui nell'intro del disco dichiara apertamente "Di Fedez comprano il nome, questa volta ho venduto il cuore". Perché la storia d'amore di cui parla il disco ("Che intendiamoci, non è che parla solo di questo. È più la metafora di quella che è stata la mia vita dai sedici anni ad ora"), è la stessa che ha riempito le home e i feed di metà social network italiani, nuda dopo neanche due giorni sulle pagine patinate, ad uso e consumo di un pubblico confuso, straniato. È la stessa storia d'amore che paradossalmente, in questa casa identica a quella di anni fa, adesso si intravede in ogni oggetto, in ogni dimenticanza che lui non nasconde e che io non gli faccio notare.
Ad un certo punto il suo telefono si illumina sul tavolo in mezzo a noi. All'inizio lo ignora, finisce di parlare di quella canzone che più di tutte ha fatto parlare di sé, ma dopo un istante abbassa gli occhi ed è un momento prima che si scusi e sparisca nella stanza accanto. Sua madre, la sua Manager, mi guarda scuotendo la testa.
"Lo scusi, non ci metterà molto."
L'eco della sua risata arriva fino a noi.

Il nome di Mika, nella nostra conversazione, non spunta mai. Quando torna nella cucina, dopo un quarto d'ora di telefonata, si scusa ancora. "Dovevo rispondere, mi dispiace, dove eravamo rimasti?"
Sua madre gli lancia un'altra occhiata. Lui, ha il volto più sereno. Non è difficile immaginare chi fosse al telefono,  ma mi riservo l'argomento per un pudore che nasce spontaneo quando vedo la brillantezza nei suoi occhi, gli chiedo ancora dell'album senza fare domande.
Quando, dopo l'uscita di un disco dove Fedez cantava senza vergogna dell'amore tra due uomini, della paura dolorosa del doversi accettare, la sua foto mentre sorrideva in un bacio rubato da telecamere curiose è finita sulla copertina di Chi, lo scandalo è comunque arrivato a chiedere il pegno di un coming out onesto e schietto, fatto di rime taglienti e parole dure. L'uomo con cui condivideva quel bacio si riconosceva chiaramente dai ricci scomposti e il cappotto vistoso. Lo stesso appeso accanto alla porta. Mentre parla, di tanto in tanto, getta ancora uno sguardo al cellulare. Un "Lui" che gli sfugge, ad un certo punto e gli fa un attimo scuotere la testa.
"Insomma, io ora sto quasi bene."

C'è un momento però, in cui l'argomento lo tocchiamo davvero. Una domanda indiretta che nasce dal telefono che vibra ancora, dall'occhiata distratta che Federico lancia sullo schermo mentre porta le mani sotto il tavolo. Gli dico che sui social non si racconta più come una volta, che dopo le foto scandalo (e lui storce il naso, quando parlo di quel servizio), solo una volta in quasi dieci mesi ha parlato della sua vita privata. Era la foto di un tramonto, con riccioli scuri controluce e mani gettate al cielo. La descrizione diceva soltanto "Ma il panorama è bellissimo."
Si stringe nelle spalle, esita un attimo prima di rispondere. "L'ha mai sentita, quella storia sulla Montagna di neve? Che quando ami  qualcuno è come amare una Montagna di neve. Lo  tieni lontano dalla luce, dal calore, nel mio caso dall'attenzione mediatica, perché altrimenti la neve si scioglie. Io ho sempre fatto la grande cazzata di non pensarla così. Per come sono andate le cose, posso dire che qualcuno mi ha fatto cambiare idea. E va benissimo così." 

Teorema è la storia della borghesia che perde la sua alienazione. Che si fa carne ed anima. Quando lascio quell'attico di Milano sono passate quasi due ore, e non ho idea di cosa scrivere. Fedez lo ricordavo intelligente e un po' spaccone, il genere di persona che ti racconta tutto e alla fine non dice niente che lasci intuire davvero quello che gli resta nel cuore. Questa volta, come i personaggi di Teorema alla fine della storia, forse l'ho trovato cambiato, forse un po' più libero. Certo, in Teorema si parla di Dio: ma che Federico è un ateo convinto me lo ricordo ancora dalla nostra prima chiacchierata.
Mentre cammino lungo il marciapiede una macchina con i finestrini scuri mi sfreccia accanto e si ferma davanti allo stesso portone da cui sono appena uscita.
Non mi volto per un pudore che ancora non so spiegarmi. Forse, è la paura di sciogliere la neve.

*

"Com'è andato il volo?"

"Sono stanchissimo. Voglio una Bira e poi morire sul divano."

"Come sei apocalittico."

"E tu? La tua interview?"

"Credo bene. Insomma, lo sai come vanno certe cose. La giornalista che è venuta mi è parsa in gamba, ma queste cose mi fanno venire un'ansia che..."

"Come here."

"..."

"Meglio?"

"Meglio."

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