Dono degli Dei

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Il calore della notte era soffocante.

Adonis si agitò nel letto, il sonno disturbato dagli incubi, la nuca e la schiena madide di sudore.

Si svegliò di soprassalto quando il sogno raggiunse il suo tragico apice, e per un attimo boccheggiò, gli occhi spalancati nell'oscurità, il respiro ansante. Lentamente la sensazione dell'enorme onda che gli incombeva addosso, pronta a sommergerlo e trascinarlo via come aveva fatto con tutti i suoi cari, svanì e lasciò il posto a un'amarezza ben nota.

Adonis si terse il sudore dalla fronte con il dorso di una mano e ricacciò indietro le lacrime. Non sarebbe caduto nella trappola di quei ricordi ancora troppo freschi e dolorosi. Lui era stato risparmiato dalla furia del mare e dalla brutalità dei campi di battaglia. Non voleva limitarsi a sopravvivere, non sarebbe stato dignitoso, non avrebbe riportato in vita i morti o reso fiero suo padre che un giorno l'avrebbe riabbracciato nell'Ade.

Testardo, scacciò gli ultimi residui di sonno e si guardò intorno in cerca di Nestor, l'uomo con cui aveva diviso la sua esistenza negli ultimi mesi. La persona con cui conviveva, anche se non nel modo in cui avrebbe desiderato.

La stanza era buia e silenziosa.

Lui e Nestor non potevano permettersi un alloggio molto grande e quella casupola, in cui una delle uniche due camere era stata ricavata creando un divisorio in legno chiuso da una tenda di lino grezzo, era già una reggia rispetto ai tuguri in cui erano costretti molti altri o, peggio ancora, alle tende in cui erano relegati gli inabili al lavoro costretti a rimanere nei campi di accoglienza.

Ad Adonis non importava che fosse piccola e disadorna finché Nestor gli restava accanto. Lui era la sua casa e lo sarebbe stato ovunque si sarebbero trasferiti in futuro.

In quel momento, però, Nestor non c'era. Doveva essere andato a bere qualcosa alla taverna o forse dormiva nell'altra stanza.

Di solito dividevano un unico giaciglio, ma di tanto in tanto, Nestor restava fuori anche di notte oppure preferiva la solitudine e si assopiva su una stuoia accanto alle braci morenti del focolare.

Adonis non aveva mai trovato il coraggio di dirgli che averlo accanto lo rasserenava, che teneva lontani gli incubi. Sarebbe suonato infantile e patetico e Nestor lo trattava già come un bambino.

Non sempre, però, glielo doveva riconoscere. Non lo faceva mai sentire incapace oppure inutile, ma lo osservava con lo sguardo indulgente di chi aveva cresciuto una figlia e riconosceva in lui i tratti ancora acerbi della giovinezza.

Adonis aveva quasi vent'anni, ma sapeva che i suoi lineamenti delicati e la quasi totale assenza di barba o di peli sul petto lo facevano sembrare più piccolo.

Ad accrescere il divario che la differenza d'età creava tra loro c'era il fatto che Nestor era convinto di doversi prendere cura di lui come una sorta di mentore saggio.

L'aveva conosciuto su una nave carica di profughi disperati, evacuati dall'isola in cui avevano vissuto fino a un paio di mesi prima. Uno dei Nodi di energia elementale sotto il controllo della Stirpe reale aveva ceduto e nessuno tra gli stregoni che li governavano era stato capace di prevenire il disastro e mettere in salvo gli umani prima che accadesse il peggio. Il maremoto aveva travolto i campi e le case, ucciso famiglie intere, annientato sogni e speranze. Ma che importava agli stregoni dei comuni mortali come lui e Nestor? Erano troppo impegnati a pensare alla guerra per preoccuparsi se gli umani su cui regnavano morivano come mosche.

Adonis non voleva pensarci. Ne avrebbe ricavato solo rimpianti e il sapore acre della sua stessa bile che gli risaliva in gola.

Sarebbe stato meglio rimettersi a dormire, ma era deluso di essersi svegliato da solo e il laccio di un sottile dispiacere gli stringeva la bocca dello stomaco.

Dono degli DeiWhere stories live. Discover now