14. doveva andare così

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"Taxi!"

Esclamai appena ne avvistai uno.

Aprii velocemente lo sportello della macchina e mi sedetti sul sedile posteriore.

"Mi accompagni in aeroporto, per favore!"

Non potevo lasciare che partisse, non potevo permettere al mio cuore di dimenticarlo senza vederlo per un'ultima volta. Detestavo ammetterlo, ma quel bastardo di Ushijima aveva ragione. Stavo commettendo di nuovo lo stesso errore. Proprio come qualche anno prima.
Il modo più facile per far sparire il dolore è gettare l'odio sugli altri. Così, da buona egoista qual ero, allontanai chiunque volesse farmi mangiare, chiunque volesse aiutarmi a guarire. Shirabu era stata la vittima più crudele di quel mio piano masochista. E come l'anoressia mi aveva portato ad uno stato di indifferenza totale, allo stesso modo stava facendo la morte di mio padre. Non ero io a parlare, non ero io ad agire. Era la rabbia che decideva per me, facendomi dimenticare che a stare da soli non ci vuole né impegno né ingegno. Solo cattiveria. 

"Siamo arrivati!"

"Grazie!" Dissi, consegnandogli velocemente i soldi.

Poi iniziai a correre, alla ricerca di un alto ragazzo castano dagli occhi color nocciola. 

"Mi scusi, sa dirmi dov'è il gate per Brasilia?" Chiesi ad un passante.

"Dovrebbe essere da quella parte!"

Tutti rispondevano così, la facevano semplice. Da quella parte oppure vai dritto, lo trovi sulla destra. La disperazione aveva preso il posto nel mio animo e la rassegnazione aveva iniziato a far vacillare delle piccole e fragili lacrime indecise se cadere o restare in bilico. 

Digitai il suo numero sulla tastiera dell'iPhone e lo chiamai.

"Dove sei?" Chiesi con il respiro affannoso di chi aveva corso per tutto l'aeroporto.

"Sono sull'aereo. Sto per partire!" Rispose.

"Aspetta! Aspettami! Tooru non può finire così, non puoi partire senza salutarmi."

"Sei stata tu quella che se n'è andata nel bel mezzo del mio discorso."

"Lo so. Ho sbagliato. Me ne pento."

"Il volo delle 18:45 diretto a Brasilia sta per decollare."

La voce dell'altoparlante mi interruppe. 

"È così che finisce?" Gli chiesi con la voce tremolante.

"Beck." Disse solo.

"È così che doveva finire Tooru?"

Giunsi in un'enorme area d'attesa piena di posti a sedere. Le vetrate separavano il passato dal futuro. Occhi colmi di speranza guardavano il sogno di una nuova vita lontana da casa. Quelle vetrate separavano me da Oikawa.

"Promettiamoci una cosa." Mi disse. "Incontriamoci di nuovo. Alle Olimpiadi. Tra cinque anni."

"Cinque anni?!" Replicai.

"Starai bene. Lo so. Ne sono certo."

"Non è vero. Come potrei stare bene se tu non ci sarai?" Feci una pausa e abbassai la voce. "Perdonami per come ti ho trattato nell'ultimo periodo. Pensavo che, allontanandoti, salutarti sarebbe stato meno doloroso. Stavo solo cercando di proteggermi. E volevo permetterti di scegliere la tua strada senza dover pensare a me. Temevo che potessi commettere un errore." 

"Mi scusi, dovrebbe spegnere il telefono, stiamo per decollare." La hostess si intromise tra noi.

"Si, un attimo solo!" Rispose il castano educatamente.

Carne y Hueso | Oikawa Tooru |Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora