AndreaCotard

Vi comunico che ieri ho pubblicato le ultime quattro poesie della mia raccolta "2025 (dolorosa rinascita)", in caso aveste voglia di leggerle :)

Inmyworldofstories

Grazie mille per tutti i voti e le letture alla mia silloge sulla Luna! Grazie ancora, a presto!!! 

AndreaCotard

@ Inmyworldofstories  ho realizzato solo ora che questo era un messaggio sulla mia bacheca e non un annuncio sulla tua ahahah
            comunque di niente, ci son delle poesie che mi piacciono molto :) a presto
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blugialloverderosso

Grazie per aver aggiunto le mie raccolte al tuo elenco di lettura! Vuol dire davvero molto per me!
          E scusami se ti riseguo solo ora: sono mesi, ormai, che convivo con un bug che si diverte a togliermi il follow dai profili che seguo...

AndreaCotard

@ blugialloverderosso  e apprezzo molto che ti piacciano anche le poesie e prose poetiche magari un po' più lunghe e meno immediate, perché nonostante questo mi sono molto care :)
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AndreaCotard

@ blugialloverderosso  ehi tranquilla, succede anche a me purtroppo
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AndreaCotard

io non conosco quasi niente di quello che scrivo; se lo so, lo so come una conversazione che intra-sento ad un bar, di qualcun altro; o come una lezione che non riesco ad ascoltare bene, o un monologo teatrale per cui sono sempre troppo distratto-
          faccio a tempo a intravedere, intrasentire, barlumi di immagini e parole; faccio a tempo a capire come connetterli, a capirne e scoprirne o crearne, la intima connessione; e poi mi perdo.
          io, per la maggior parte del tempo, vivo altrove; o fuggo via troppo velocemente per aver memoria di ciò che ho annotato; parte della stranezza è che quello che scrivo mi viene tanto spontaneo, quasi sempre, da parere automatico, ovvio; eppure me ne dimentico subito; è qualcosa che non so, qualcosa che non mi riguarda- nonostante spesso vorrei che mi riguardasse, per un desiderio di appartenenza a qualcosa, per la speranza di potermi identificare in ciò che scrivo, per poter dire: "ecco, questo sono io, questo è ciò che sento e vedo e penso"; il desiderio di appartenenza nasce ovviamente dal timore di inappartenenza, ed è questo timore a detenere la verità: le mie poesie mai mi apparterranno perché io mai potrò appartenere a loro, come a nulla, come a niente che non sia negazione, assenza: io sono ed appartengo, ma sono solo, ed appartengo solo alla, tensione verso la presenza: la nostalgia atroce e disperata di una pienezza, un senso di identità di me con me.

AndreaCotard

E per questo forse non ha alcun senso che io mi preoccupi della distanza fra me e le poesie: sapendo ciò che ora so, quello lo farei per un pubblico immaginario che richiederebbe coerenza, che richiederebbe la "persona" dietro gli scritti; ma io non ci sarei davvero, neanche se fingessi tanto efficacemente da esserci, perché se ci fossi in tal modo, ci sarei solo per un altro me stesso, quello che vuole esserci in tal modo, ma che in tal modo non c'è, perché non è tale. Il pubblico parlando con me starebbe parlando con un me nascosto in piena vista, quello che recita, che si illude di essere ciò che recita.
            Perciò ripudio e rifiuto il mio tendere a quella unità irreale ed irrealizzabile, che sarà sempre miraggio; e mi adagio, mi abbraccio alla reale unità che mi sta sempre alle spalle, che mai potrò vedere ma in qualche modo potrò sentire; l'unità del tutto del mio Sé che comprende la costante ed eterna frattura; l'unità dell'eterna frattura, della distanza da me. Unito a me nel riconoscere come mia cifra unica ed unitaria il non poter essere unito a me.
            Ora già inizio a dimenticare ciò che ho appena scritto; già parte di me se ne spaventa, la parte che vorrebbe l'unità artificiale; e già la parte di me che ora sa, la tranquillizza: va tutto bene; nulla di reale può essere perso; perciò lasciamo andare, lascio andare ogni cosa. Mi abbandono alla dimenticanza sempre in agguato. Apro le dita e lascio andare i fogli; già estraneo a tutto ciò che ho appena detto; compreso questo; compreso questo; compreso questo
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AndreaCotard

il problema è che a quanto pare la spontaneità per me è distanza dell'io dall'io. costante senso di falsità.
            
            Il paradosso corona e completa se stesso svolgendosi sul versante opposto: è quando recito con totale intensità, che posso sentirmi vero, sentirmi aderente a me stesso- solo nella costante dedizione al permanere in uno stato che non è il mio stato naturale.
            
            Forse per questo sempre mi cade la maschera che tento di identificare col mio viso: un sottile disgusto per la seriosità della recitazione; un aristocratico e decadente disprezzo per la filistea cura al mantenermi entro le regole autoimposte, per poter ottenere la schifosa ricompensa, che è il sollievo, è la forza, è l'unità.
            
            il poco che è in me nobile sputa su questo utilitarismo, e ama la propria dispersione, il proprio dolore, la propria distanza, la propria incompletezza; e così, ritrovo il centro; un centro narcisistico, dove però può realizzarsi la appercezione, dove è come se finalmente potessi sentire da dentro i miei arti muoversi; dove posso stare, se anche ferito dal mero esistere, orgoglioso del sapermi tale, e in accordo con me stesso, anche con la discordia che mi caratterizza: amare l'odio, toccare amorevolmente l'intoccabilità.
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AndreaCotard

@ AndreaCotard  La distanza è ciò che contraddistingue il mio funzionamento psichico, distanza di me da me. Mi muovo, e non so come e perché mi muovo. Penso, e quasi non so cosa pensi- eppure penso qualcosa che in qualche modo so, e so di sapere.
            
            Mi sento e probabilmente appaio disonesto perché lo sono; ma la disonestà non è colpevole, non è volontaria; è una costrizione di cui io stesso mi dolgo e da cui vorrei poter fuggire; finora senza alcun serio successo.
            
            ci sono brevi periodi in cui con tutta la forza psichica di cui dispongo riesco a rimanere raccolto in una narrazione univoca e continua, e in un'autopercezione relativamente chiara e distinta; ma nessuno di questi periodi si è potuto prolungare: dopo un certo lasso di tempo, immancabilmente incontro quello che per un fuoco selvatico sarebbe la zona sabbiosa atta ad arrestarne il cammino; e perplesso, e senza sapere perché, mi spengo- senza drammi, ma con una progressiva perplessità, in cui la mia determinazione ad essere me stesso e a tenermi unito annega.
            
            ma non per forza rimpiango questo annegamento; o meglio, tante volte me ne sono rammaricato fino al disperarmi, all'odiarmi per la mia ciclica debolezza; ma a volte realizzo che ciò che stavo facendo, non era scoprire la mia verità, era mascherarmi. è insensato che ci voglia uno sforzo ad essere se stesso, ad essere reale a se stesso- se ci vuole uno sforzo, significa che c'è un'altra condizione spontanea: ed è quella condizione spontanea ad essere la mia realtà, la dimensione in cui posso autenticamente trovarmi senza perdermi pensando di starmi trovando.
            
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