PARTE UNO
“A cosa stai pensando?”.
Beh... che l’unico modo per non perdere l’equilibrio è fermarsi un attimo e guardarsi indietro.
Penso che con tutto quello che ho da scrivere e da studiare sto lasciando molti di voi senza capitoli.
Penso che ho appena cambiato computer. Quello vecchio era con me dalle medie: grigio, pieno di sticker di Maze Runner, Top Gun, Hunger Games...
Su quel computer ho scritto e pubblicato i miei primi libri. Ogni volta che lo aprivo, la stanza si trasformava. Le pareti diventavano corridoi di Hogwarts, il rumore dei tasti si trasformava in passi sulla pietra. Altre volte riproducevano il sottile suono della pioggerella di Londra e in quell’atmosfera sospesa e mi sembrava di intravedere l’ombra di Peter Pan che scivolare oltre una finestra o il riflesso delle vele nere della Perla Nera all’orizzonte.
Viaggiavo tra le pagine come se fossero un luogo reale, un posto dove potevo crescere senza che nessuno mi giudicasse.
Poi, quasi senza accorgermene, ho iniziato a spingere più in là i confini. Volevo il vento tagliente del post‑apocalittico, l’adrenalina dell’azione. Così ho iniziato a costruire universi miei, a immaginare città spezzate, deserti che inghiottono tutto, personaggi con storie diverse ma uniti.
E a un certo punto è arrivata l’idea più ostinata di tutte: creare la mia versione di Maze Runner. Non una copia, non un omaggio, ma un mondo parallelo che respirava da solo. Ho preso l’eco di quell’universo e l’ho piegato e ribaltato finché non è diventato mio. Ho dato voce a personaggi che non avevano chiesto di nascere ma che, una volta creati, non volevano più tacere.
Così sono nati Katy in the Maze 1, 2, 3 e 4. Una necessità dei cinque anni di superiori a seguire lezioni che non ritenevo giuste per me. Ogni libro era un modo per capire chi ero mentre inventavo chi potevano essere gli altri.