«Cosa vuoi?» Lo domandò senza guardarmi. Le dita indugiarono sui tasti prima di riprendere a muoversi con un ritmo più lento.
Bevvi un altro sorso d’acqua, poi posai il bicchiere.
«Com’è andata oggi? Con William intendo.»
Le sue dita si fermarono. London restò immobile per un secondo, poi riprese a digitare colpendo i tasti con eccessiva precisione.
La raggiunsi e mi sedetti sulla poltrona di fronte al divano. Accavallai le gambe sistemandomi un lembo del vestito.
«Come ti è sembrato? Si sta ambientando?»
Chiuse il laptop e solo allora mi guardò. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. I suoi occhi marroni erano calmi, ma vigili. Aveva quello sguardo che conoscevo bene, lo stesso che usava quando cercava di capire se fosse il caso di fidarsi. O di difendersi.
«Tranquillo.» Mi concesse alzando appena le spalle.
«Tranquillo,» ripetei, inclinando la testa.
«Riservato.» La mandibola le si contrasse appena.
Sorrisi. «È interessante?»
Afferrò la sua tazza e tamburellò un dito sul bordo. «Normale.»
La osservai ancora in silenzio.
Con la mano libera riaprì il laptop. «È normale,» ripeté, gli occhi fissi sulla tastiera. Le dita ripresero a muoversi inciampando sui tasti. «Non saprei cos'altro dire.»
[....]
«Rebecca.»
Solo il mio nome. Pronunciato senza alzare la voce, senza inflessioni.
«Cosa?» Mantenni il sorriso, il tono innocente.
«Lascia stare.» La voce appena sopra un sussurro. Le sue dita si chiusero attorno alla tazza, le nocche sbiancarono.
«Lascia stare cosa?»
«Lui.» La parola uscì veloce, poi inspirò e tornò a concentrarsi sullo schermo.
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