RavenMorriganThorne

«Cosa vuoi?» Lo domandò senza guardarmi. Le dita indugiarono sui tasti prima di riprendere a muoversi con un ritmo più lento.
          	
          	Bevvi un altro sorso d’acqua, poi posai il bicchiere.
          	«Com’è andata oggi? Con William intendo.»
          	
          	Le sue dita si fermarono. London restò immobile per un secondo, poi riprese a digitare colpendo i tasti con eccessiva precisione.
          	
          	La raggiunsi e mi sedetti sulla poltrona di fronte al divano. Accavallai le gambe sistemandomi un lembo del vestito.
          	«Come ti è sembrato? Si sta ambientando?»
          	
          	Chiuse il laptop e solo allora mi guardò. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. I suoi occhi marroni erano calmi, ma vigili. Aveva quello sguardo che conoscevo bene, lo stesso che usava quando cercava di capire se fosse il caso di fidarsi. O di difendersi.
          	
          	«Tranquillo.» Mi concesse alzando appena le spalle.
          	«Tranquillo,» ripetei, inclinando la testa.
          	«Riservato.» La mandibola le si contrasse appena.
          	Sorrisi. «È interessante?»
          	Afferrò la sua tazza e tamburellò un dito sul bordo. «Normale.»
          	
          	La osservai ancora in silenzio.
          	
          	Con la mano libera riaprì il laptop. «È normale,» ripeté, gli occhi fissi sulla tastiera. Le dita ripresero a muoversi inciampando sui tasti. «Non saprei cos'altro dire.»
          	[....]
          	«Rebecca.»
          	Solo il mio nome. Pronunciato senza alzare la voce, senza inflessioni.
          	«Cosa?» Mantenni il sorriso, il tono innocente.
          	
          	«Lascia stare.» La voce appena sopra un sussurro. Le sue dita si chiusero attorno alla tazza, le nocche sbiancarono.
          	«Lascia stare cosa?»
          	«Lui.» La parola uscì veloce, poi inspirò e tornò a concentrarsi sullo schermo.
          	 
          	
          	https://www.wattpad.com/1610323733-unsafe-place-capitolo-7-rebecca
          	
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RavenMorriganThorne

«Cosa vuoi?» Lo domandò senza guardarmi. Le dita indugiarono sui tasti prima di riprendere a muoversi con un ritmo più lento.
          
          Bevvi un altro sorso d’acqua, poi posai il bicchiere.
          «Com’è andata oggi? Con William intendo.»
          
          Le sue dita si fermarono. London restò immobile per un secondo, poi riprese a digitare colpendo i tasti con eccessiva precisione.
          
          La raggiunsi e mi sedetti sulla poltrona di fronte al divano. Accavallai le gambe sistemandomi un lembo del vestito.
          «Come ti è sembrato? Si sta ambientando?»
          
          Chiuse il laptop e solo allora mi guardò. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. I suoi occhi marroni erano calmi, ma vigili. Aveva quello sguardo che conoscevo bene, lo stesso che usava quando cercava di capire se fosse il caso di fidarsi. O di difendersi.
          
          «Tranquillo.» Mi concesse alzando appena le spalle.
          «Tranquillo,» ripetei, inclinando la testa.
          «Riservato.» La mandibola le si contrasse appena.
          Sorrisi. «È interessante?»
          Afferrò la sua tazza e tamburellò un dito sul bordo. «Normale.»
          
          La osservai ancora in silenzio.
          
          Con la mano libera riaprì il laptop. «È normale,» ripeté, gli occhi fissi sulla tastiera. Le dita ripresero a muoversi inciampando sui tasti. «Non saprei cos'altro dire.»
          [....]
          «Rebecca.»
          Solo il mio nome. Pronunciato senza alzare la voce, senza inflessioni.
          «Cosa?» Mantenni il sorriso, il tono innocente.
          
          «Lascia stare.» La voce appena sopra un sussurro. Le sue dita si chiusero attorno alla tazza, le nocche sbiancarono.
          «Lascia stare cosa?»
          «Lui.» La parola uscì veloce, poi inspirò e tornò a concentrarsi sullo schermo.
           
          
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RavenMorriganThorne

"Tragedia in abitazione rurale dell'Ovest dell'Irlanda. Una persona è stata trovata priva di vita nella propria áitreabh nel centro-ovest della Contea di Mayo."
          
          Tornai sul profilo di William. Scorsi fino alla foto in bianco e nero. La casa.
          
          La riconobbi. La stessa dell'articolo. Ma questa era un'angolazione diversa. Più vicina. Personale.
          
          Quindi William aveva scattato personalmente quella foto.
          
          Perché era andato fin là? Perché aveva immortalato proprio quell'abitazione?
          
          Le possibilità iniziarono a moltiplicarsi nella mia mente.
          
          
          Capitolo 7 online 
          
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RavenMorriganThorne

La sistemazione del capitolo 7 sta diventando un parto, ma SE tutto va bene domani è online.
          
          FORSE 

RavenMorriganThorne

@FDFlames Considerando che sono riuscita a pubblicare ora, domani quando lo rileggerò ci troverò mille errori. MA VA BENE LO STESSO!
            
            Tra non molto torno a trovare Ray 
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FDFlames

@RavenMorriganThorne  Yeeee io aspetto quello che serve ahaha ♥️
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Sara_Rose5

Ciao!
          Sto scrivendo un romanzo epistolare un po’ atipico: una scatola di lettere, una storia finita da anni e due versioni della stessa relazione che non coincidono.
          Se ti piacciono i personaggi imperfetti e le storie che scavano più che consolare, magari ti va di dare un’occhiata ☆

RavenMorriganThorne

Nemmeno il tempo di sistemarmi al mio posto che il professore Delacourt puntò i suoi occhietti neri su di me. «Tu. Il nuovo. Vediamo se riesci a recuperare due mesi di corso in trenta secondi.»
          
          Irrigidii la mandibola mentre con la vista periferica notai alcune teste voltarsi verso di me. La ragazza al mio fianco si lasciò sfuggire un sospiro rassegnato.
          
          «Sei in grado di spiegare come la memoria ricostruttiva può alterare il concetto stesso di identità personale?» Alzò il mento e un sorrisino gli si dipinse in volto.
          
          Ormai anche i muscoli del mio collo erano tesi. 
          
          Essere osservato non mi metteva a disagio. Era peggio. Mi costringeva a esistere sotto uno sguardo che riduceva, convinto di vedere.
          
          Inspirai lentamente, sciogliendo la tensione a comando.
          
          «La memoria non conserva: interpreta. E quello che interpreti troppo finisce per definirti, anche quando non è vero. Non è la realtà a modellare l’identità, ma la versione della realtà che sopravvive nella mente.»
          
          Delacourt annuì, suo malgrado ipotizzai, ma non provai soddisfazione. Anzi, qualcosa, dentro di me, cedette all’indietro.
          
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