KVREITAR
NAMINE :: a strain of song in the forest
Tornare a casa, dopo intere settimane di assenza, era strano. Le era capitato di allontanarsi da Fiore per lungo tempo, ma mai così tanti mesi, portandosi dietro baracca e burattini, animali e libri, solo per stanziarsi a non fare assolutamente niente nella casa di famiglia a Sin. Aveva fatto qualche impiego per il master, aveva studiato, era scesa a patti con il fatto che Kemiha stesse attivamente cercando di divorarla, di cancellare la sua esistenza per sostituirla del tutto, e che un giorno, presto o tardi, sarebbe scomparsa. Aveva distrutto un po' di camere, si era rifiutata di interagire con chiunque, aveva divorato un paio di cerbiatti dopo averli cacciati a mani nude, si era calmata. Era tornata a Fiore come se non fosse mai successo niente, con la medesima e indifferente facciata che aveva sempre riservato a ciò che non la riguardava, e come era dovuto, si era immediatamente ritirata nell'ambiente familiare della sua tenda. Si era stupita di averla trovata ancora in piedi, gli animali erano tornati alla loro posizione originale e lei aveva trascorso tre giorni a vegetare sul divano, vivendo la foresta, inspirando i profumi del bosco, delle creature che lo abitavano e che attorno a lei si prostravano come fedeli sudditi di una reggente tirannica. La magia stessa si piegava a lei, le pizzicava sulla lingua fino a farle sfarfallare l'appetito nello stomaco, e l'aria pulsava di magia arcana. I capelli, tagliati di recente, raggiungevano la spalla in una morbida tonalità dorata, con ciuffetti più lunghi che le incorniciavano il viso dai lineamenti affilati, su cui spiccavano occhi color ghiaccio dalle pupille affilate come coltelli. Sulle ginocchia teneva un album da disegno, il fedele sketchbook che si portava avanti dai tempi in cui era entrata nei ranger per la prima volta, ormai pieno di schizzi e immagini di ciò che aveva incontrato sulla sua strada.
KVREITAR
Come se le parole della maga dei colori le avessero risvegliato una consapevolezza sopita, data per scontata. Non aveva tenuto di conto che potesse essere stata la Sylph a tenere in ordine quel posto, aveva considerato scontato che Serafeim fosse passato, di tanto in tanto, o che semplicemente l'universo fosse stato clemente con la sua incuria. Se avesse ancora avuto sufficienti emozioni da potersi definire umana, ne sarebbe rimasta intenerita — invece la sua sfera emotiva era il letto arido di un fiume che non sarebbe più stato irrorato, la sorgente si era spenta e lo sbocco era stato soffocato da detriti e resti scomposti che nessuno si sarebbe preoccupato di rimuovere. Azzardò un sorriso, che aveva poco di rassicurante, molto di affilato, ma che era indiscutibilmente suo: « Ti ringrazio. Non ti avrei detto tipo da pulire così di frequente » la voce, arida, cercò di smorzare la presa affilata del non detto, della sua incapacità di suonare rassicurante, o amichevole. In qualche modo questo la rendeva del tutto immutata dagli ultimi mesi, ma dissonava al tempo stesso: erano difficoltà diverse, ragioni diverse, per atteggiamenti specchiati e simmetrici. Sperò che Kia non se ne sarebbe accorta, che le sarebbe scivolato addosso, per qualunque motivo.
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NAMINE :: a strain of song in the forest
La volpe era una bestiaccia egoista, egoriferita, egocentrica, ogni aggettivo che ruotasse attorno all'ego e alla sua incapacità di concentrarsi su altro che non lo riguardasse poteva andare bene. Non aveva pensato di avvertire nessuno, se non un distratto messaggio a Serafeim, non aveva dato aggiornamenti a nessuno, aveva lasciato che il suo ricordo venisse divorato dalla foresta, e quando le era tornato meglio era tornata. Come se non avesse legami, come se il mondo terreno fosse sfumato dietro la consapevolezza di poter morire da un momento all'altro, non nel fisico, a quello si era abituata anni addietro, quando si era unita alla gilda oscura, ma nell'anima. Il proprio corpo avrebbe continuato a calcare quella terra, ma i suoi pensieri e la sua essenza si sarebbero dissipati, strozzandosi a mezz'aria. In quel luogo, ogni magia le apparteneva, ogni stilla di energia rispondeva al suo richiamo come fuocherelli fatui che le danzavano intorno, e fu così che colse quella goccia di pittura in mezzo al più boschivo aroma della Southern. Sollevò con disattenzione lo sguardo dal foglio ruvido, lasciando a metà il tratto che avrebbe definito con maggiore chiarezza l'ala di una cockatrice, poi sbatté le ciglia ripetutamente e lenta. Certo, sapeva che Kia avrebbe probabilmente continuato a usare a proprio comodo la tenda, non aveva motivo di non farlo quando l'aveva autorizzata, ma rivedere la maga dei colori lì dentro, senza che la tenda fosse nel mentre divenuta un porcile, era quasi straniante. Il silenzio si consumò tra di loro come una pietra levigata dall'acqua, poi le labbra della volpe si schiusero per permettere a un sospiro di filare via, silenzioso. « Sono tornata » la replica giunse arrochita, calma, permeata di una compostezza innaturale per lei, ma decisamente non tesa. Un dato di fatto che concesse con arrendevolezza, per poi dedicarsi a guardarsi attorno con un'attenzione che inizialmente aveva scartato.
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