Cinque mesi di un inverno che ho scelto io,
masticando gomma e bevendo solo oblio.
Avevo paura anche solo di guardare il piatto,
mentre il mio corpo svaniva, un pezzo alla volta, nel buio del riscatto.
Ero "quella grassa", il bersaglio di ogni risata,
"Sembri un maiale", mi dicevano, e io restavo umiliata.
"Ti si rompono i jeans", "Mettiti i leggings che è meglio",
parole come lame che mi tenevano il cuore al risveglio.
Poi sono cambiata, e il mondo ha iniziato a lodare:
"Wow, che bella che sei, finalmente stai per sbocciare!".
Non sapevano che quel "bello" era fatto di niente,
che stavo morendo di fame in mezzo alla gente.
Ora ho ripreso a mangiare, ma il cibo sa di colpa,
è un demone antico che ogni boccone lo strozza e lo incolpa.
Sento ancora le voci, i "troppo" e i "schifo" di allora,
e la paranoia torna a bussare alla mia porta ogni ora.
Dico "No grazie, ho già mangiato", mentendo col cuore,
mentre guardo gli altri felici, e io provo solo timore.
Ma ho fatto una promessa a due anime care,
e sto facendo del mio meglio per non lasciarmi andare.
È faticoso, è una salita che toglie il respiro,
passare da quell'inferno a un nuovo cammino, a un nuovo giro.
Sto cercando l'equilibrio, una dieta che sia vita e non pena,
anche se la paura di ingrassare mi tiene ancora alla catena.
Vorrei solo guardarmi e dirmi che vado bene così,
senza pesi sull'anima, senza fantasmi nei lunedì.
Sto lottando, sto mangiando, sto restando in piedi,
perché sono molto più di quei chili che vedi.
Piccola poesia che mi dedico.