Non capisco perché, alla fine, tutti sembrino aver trovato il proprio posto nel mondo, tranne me.
Persone che un tempo condividevano le mie stesse fragilità, o portavano pesi persino più gravosi dei miei, hanno trovato un equilibrio, una direzione, una terra su cui fermarsi.
Io, invece, continuo a procedere come un funambolo sospeso nel vuoto, in bilico su un filo teso tra ciò che ero e ciò che non riesco ancora a diventare, senza sapere quando potrò tornare a sentire la solidità del terreno sotto i piedi.
Ed è forse questa la solitudine più difficile da abitare: osservare gli altri approdare a una qualche forma di pace mentre ci si scopre ancora in mare aperto, trascinati da correnti che sembrano non concedere tregua.
A volte mi sembra che tutti stiano lentamente guarendo, mentre io continuo ad allontanarmi da quella riva, come se le mie ferite avessero dimenticato il modo per rimarginarsi.