Peppe13596

LA FANCIULLA DEL FIUME SOREK
          Era un caldo pomeriggio di luglio. Di lì a poco sarebbe stato bollente. 
          Dopo anni trascorsi col cuore in coma e la mente in esilio, riuscivo a godermi l’estate. Per la prima volta avevo qualcuno con cui condividere la mia giovinezza, e il mio animo era colmo di gioia. Talmente tanta era, che il cuore non riusciva ad esprimerla, come un macchinario arrugginito incapace di elaborare tutto ciò che provavo.
          In me si battevano ansia ed emozione, gioia e preoccupazione, la paura e l’eccitazione. Chi avrei incontrato? Avrei fatto bella figura? Sarei riuscito a divertirmi, e a spegnere il cervello per qualche ora? Mi sentivo come al cospetto di un esame, invece ero di fronte a una semplice giornata di libertà.
          Ero ancora immerso nelle mie ansie quando la macchina del mio amico si fermò all’ombra di una schiera di alberi bassi, e dal selciato bianco arrivasti tu, fanciulla del fiume Sorek. Correndo e barcollando, sorridendo con imbarazzo, portando in fretta e furia uno zaino sulle spalle, tra il collo nudo e un copri veste bianco. 
          Tutta la tua meravigliosa semplicità era già evidente in quei pochi gesti confusi e istintivi. E nemmeno avevi parlato, anzi nemmeno ti avevo guardata, negli occhi che celavi dietro un paio di lenti scure. Poi la tua risata irruppe in macchina, seguita da un imbarazzato e divertito saluto. 
          Ti guardavo con la coda dell’occhio, mentre ti sistemavi sul sedile che bruciava come l’inferno, incapace come sono di incrociare lo sguardo di chiunque, e ancor più di quegli sguardi che più di tutti desidero incrociare. 
          D’oro e rame avevi i capelli, l’ambra riempiva quei tuoi occhi intensi, la tua pelle è argento di luna, le tue labbra son pura lussuria. Tutto questo e altro ancora ho osservato, in quell’attimo in cui t’ho guardato, a me sembra passato un millennio, mentre a stento è volato un momento.  CONTINUA NEL PROSSIMO MESSAGGIO

Peppe13596

RIPRENDE Già altre volte m’aveva posseduto il desiderio, ma mai prima con tanta forza e imperio. Ne rimasi assai sorpreso, e mi chiesi come al mondo potesse esistere tanta bellezza rara e semplice al contempo. Una tal combinazione, io pensavo, dovrebbe esser relegata a un mondo divino ed eterno. Mi chiedevo se fossi reale, davvero lì vicina a me, a tal punto da poterti toccare, e come avrei voluto anche solo sfiorarti, quelle gote rosa e dolci.
            Quel pomeriggio avevamo l’acqua fino al mento, riposando sotto un grande cielo terso, che era un denso azzurro immenso. Tu scherzavi, e ridevi col mio amico, mentre penso a quant’è bello il tuo sorriso, e carpisco con lo sguardo un fugace scatto del tuo viso. 
            Il crepuscolo arrivò in un istante, nella testa hai un cappuccio pesante, piedi nudi immergesti nell’acqua, che ora è calma ed è sempre più calda. Una fiamma si stava spegnendo, è lontana e svanisce col tempo, è una fioca candela nel vento, che si infrange dentro l’universo. 
            Io ti penso ancora adesso, anche se nulla tra noi è successo. Sarai sempre per me un grande dubbio, che rimette il mio il cuore in subbuglio.
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