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Il cuore è capace di sacrificio.
          	E così la vagina.
          	Il cuore è capace di perdonare e riparare.
          	Può cambiare forma per farci entrare.
          	Può allargarsi per farci uscire.
          	E così la vagina.
          	Può soffrire per noi e tendersi per noi,
          	morire per noi e sanguinare
          	e sanguinolenti immetterci
          	in questo difficile mondo meraviglioso.
          	E così la vagina.
          	
          	Eve Ensler, “I monologhi della vagina”

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Il cuore è capace di sacrificio.
          E così la vagina.
          Il cuore è capace di perdonare e riparare.
          Può cambiare forma per farci entrare.
          Può allargarsi per farci uscire.
          E così la vagina.
          Può soffrire per noi e tendersi per noi,
          morire per noi e sanguinare
          e sanguinolenti immetterci
          in questo difficile mondo meraviglioso.
          E così la vagina.
          
          Eve Ensler, “I monologhi della vagina”

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Io ho disegnato un'enorme palla nera con attorno ghirigori svolazzanti. La palla nera equivaleva a un buco nero nello spazio. Le linee svolazzanti erano persone o cose o semplicemente atomi che si erano smarriti laggiù. Avevo sempre pensato alla mia vagina come a un vuoto anatomico che risucchia dall'ambiente circostante particelle e oggetti a caso.
          Avevo sempre percepito la mia vagina come un'entità indipendente, che roteava come una stella nella sua galassia, e che avrebbe finito per esaurire la propria energia gassosa oppure esplodere e dividersi in migliaia di altre vagine più piccole, ognuna roteante nella sua galassia.
          Non pensavo alla mia vagina in termini pratici o biologici. Non la vedevo, per esempio, come una parte del mio corpo, qualcosa che ho tra le gambe, attaccata a me.
          Al laboratorio ci è stato chiesto di guardare la nostra vagina con uno specchietto in mano. Poi, dopo un attento esame, dovevamo raccontare al gruppo quello che avevamo visto. Devo confessare che fino a quel momento tutto ciò che sapevo sulla mia vagina era basato sul sentito dire o sull'invenzione. Non l'avevo mai vista veramente. Non mi era mai venuto in mente di guardarla. La mia vagina esisteva su un piano astratto. Sembrava così riduttivo e goffo guardarla, distese sui lucidi tappetini azzurri, con i nostri specchietti in mano. Mi ha fatto pensare ai primi astronomi con i loro telescopi primitivi.
          
          Eve Ensler, “I monologhi della vagina”

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Per far nascere dei dubbi sull'altruismo e sulla purezza di tale disponibilità ad aiutare gli altri, dobbiamo chiederci se per caso non abbiamo dei secondi fini. Considero tutto ciò come un versamento sul mio conto corrente in paradiso? Una maniera per impressionare gli altri? Per essere ammirato? Per costringere gli altri a dimostrarmi la loro gratitudine? O, più semplicemente, per curare il mio “doposbornia” spirituale? Come si vede, la forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Per il puro, tutto è puro; invece il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo, il tallone d'Achille e tutto ciò che è descritto con metafore podologiche.
          
          Paul Watzlawick, “Istruzioni per rendersi infelici”

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C'era qualcosa di insostenibile nelle cose, nelle persone, nelle palazzine, nelle strade, che solo reinventando tutto come in un gioco diventava accettabile. L'essenziale, però, era saper giocare e io e lei, io e lei soltanto, sapevamo farlo.
          
          Elena Ferrante, “L'amica geniale”

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Quell'episodio mi è rimasto impresso nella memoria: sperimentai per la prima volta la forza di calamita che il mio corpo esercitava sui maschi, ma soprattutto mi resi conto che Lila agiva non solo su Carmela ma anche su di me come un fantasma esigente. Se in una circostanza come quella avessi dovuto prendere una decisione nel puro disordine delle emozioni, cosa avrei fatto? Sarei scappata via. E se mi fossi trovata in compagnia di Lila? L'avrei tirata per un braccio, le avrei sussurrato: andiamo via, e poi come al solito sarei rimasta, solo perché lei, come al solito, avrebbe deciso di restare. Invece, in sua assenza, dopo una breve esitazione mi ero messa al posto suo. O meglio, le avevo fatto posto in me.
          
          Elena Ferrante, “L'amica geniale”

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La scuola, fin dal primo giorno, mi era subito sembrata un posto assai più bello di casa mia. Era il luogo del rione in cui mi sentivo più al sicuro, ci andavo molto emozionata. Stavo attenta alle lezioni, eseguivo con la massima cura tutto quello che mi si diceva di eseguire, imparavo. Ma soprattutto mi piaceva piacere alla maestra, mi piaceva piacere a tutti.
          
          Elena Ferrante, “L'amica geniale”

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Abbandonò il suo strumento sul pavimento, quindi disse serio:
          – Fatto.
          – Bravo, – mormorai e mi venne in mente che viviamo per tutta la vita come se il nostro continuo misurare e misurarci rimandasse a una verità inconfutabile; poi in vecchiaia ci rendiamo conto che si tratta solo di convenzioni, tutte sostituibili in ogni momento con altre convenzioni, e l'essenziale è affidarsi a quelle che ci sembrano di volta in volta più rassicuranti.
          
          Domenico Starnone, “Scherzetto”

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Il mio corpo era stato vuoto sempre, fin dall'adolescenza, fin dall'infanzia, fin dalla nascita. Avevo preso un abbaglio su me stesso, ero diventato per mia caparbietà quello che non era adatto a diventare. Certo, avevo lavorato sodo e avevo avuto fortuna. Alle lodi dell'infanzia si erano saldati un discreto consenso e un cospicuo successo. Ma non c'era scampo, ero senza virtú, ero vuoto. Il precipizio non si trovava oltre la ringhiera, il precipizio era in me. E questo non riuscivo a sopportarlo. Il secchio me lo sarei calato dentro dalla bocca, pur di tirarmi via la vuotezza.
          
          Domenico Starnone, "Scherzetto"

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Io solo c'ero, fuori dal comune, gliel'aveva assicurato il maestro. E lei lo raccontava a mio padre, a chiunque, cosa che mi causava una grande contentezza. Di quella frase ero colmo fino agli occhi, ne sono stato colmo per tutta la vita, anche se dubbi ne ho avuti parecchi. Cos'erano realmente le grandi cose? Cosa le distingueva dalle piccole? Dov'era l'autorità che stabiliva se le mie cose erano grandi o piccole?
          
          Domenico Starnone, “Scherzetto”