Io ho disegnato un'enorme palla nera con attorno ghirigori svolazzanti. La palla nera equivaleva a un buco nero nello spazio. Le linee svolazzanti erano persone o cose o semplicemente atomi che si erano smarriti laggiù. Avevo sempre pensato alla mia vagina come a un vuoto anatomico che risucchia dall'ambiente circostante particelle e oggetti a caso.
Avevo sempre percepito la mia vagina come un'entità indipendente, che roteava come una stella nella sua galassia, e che avrebbe finito per esaurire la propria energia gassosa oppure esplodere e dividersi in migliaia di altre vagine più piccole, ognuna roteante nella sua galassia.
Non pensavo alla mia vagina in termini pratici o biologici. Non la vedevo, per esempio, come una parte del mio corpo, qualcosa che ho tra le gambe, attaccata a me.
Al laboratorio ci è stato chiesto di guardare la nostra vagina con uno specchietto in mano. Poi, dopo un attento esame, dovevamo raccontare al gruppo quello che avevamo visto. Devo confessare che fino a quel momento tutto ciò che sapevo sulla mia vagina era basato sul sentito dire o sull'invenzione. Non l'avevo mai vista veramente. Non mi era mai venuto in mente di guardarla. La mia vagina esisteva su un piano astratto. Sembrava così riduttivo e goffo guardarla, distese sui lucidi tappetini azzurri, con i nostri specchietti in mano. Mi ha fatto pensare ai primi astronomi con i loro telescopi primitivi.
Eve Ensler, “I monologhi della vagina”