Il clima nel bar era sempre quello: odore di caffè, alcool e soprattutto fumo. Le persone che frequentavano quel piccolo locale nelle strade più sconosciute di Liverpool erano ben poche, ma probabilmente avevano tutti grandi storie da raccontare. Ogni tavolo era come l'habitat di ogni singolo cliente: uno con diversi pacchetti di carte, probabilmente truccati, uno pieno di bicchierini da whisky vuoti, un altro ancora sovrastato da fogli di taccuino.
Poi c'era il suo tavolo. Il posacenere stracolmo di sigarette spente, una tazza di caffè sempre bevuta per metà e giornali. Tanti giornali, ma tutti degli ultimi cinque giorni, la foto in prima pagina è sempre la stessa: un gruppo di quattro giovani ragazzi. L'uomo che sedeva a quel tavolo aveva quasi un'ossessione per quei quotidiani, le guardava tutto il pomeriggio con tanta concentrazione da nascondere il viso tra le pagine giallastre. Capitava spesso che le cameriere, passando, leggessero i titoli di quei tanto interessanti articoli, a volte anche qualche riga di testo se il carattere non risultava troppo difficile da leggere.
"Il sogno è finito!" recitava il Daily Mail. "E' davvero la fine?" si chiedeva invece la prima pagina di The Guardian. "Enorme rottura nel mondo della musica" annunciava l'Evening Standard. Non servivano soggetti in quelle frasi, tutti sapevano di chi si stava parlando: i Beatles. Quegli articoli però, erano vuoti, nessuno sapeva cosa fosse davvero successo. Nessuno tranne quei quattro ventenni di Liverpool, ormai ognuno sulla sua strada. Nessuno tranne quell'uomo con il volto nel giornale.
Tanti si chiedevano perché. Sì, perché? Perché era tutto finito quel 10 aprile? Nessuno lo sapeva, ma era finito molto prima, dopotutto, chi avrebbe voluto sentirselo dire? Sentirsi dire che per anni ormai il gruppo non era che una rovina, una nave che colava a picco, che qualcosa si era rotto all'interno del meccanismo perfetto che erano i Beatles. Non sarebbe spettato di sicuro a quell'uomo dire la verità.
Anche quel giorno perciò, quell'uomo sarebbe rimasto in silenzio, leggendo giornali, guardandone le foto. La sigaretta penzolava dal labbro, ormai consumata, una nuvola grigia aleggiava sulla testa dell'uomo, i suoi capelli sembravano grigiastri attraverso quel fumo, invece erano di un bel castano scuro, proprio come gli occhi dello stesso colore. Una cameriera si avvicinò, posando una tazza di caffè corretto, anzi molto corretto, sul tavolo vicino ai giornali del giorno prima insieme a due biscotti. L'uomo la prese senza dire niente e ne bevve qualche sorso per poi poggiarlo nuovamente sul tavolo, non staccò gli occhi dal giornale, nemmeno mentre sgranocchiava un biscotto. A cosa si era ridotto? Questo si chiedeva, avrebbe potuto essere molto di più di uno stramboide in un bar di stramboidi, eppure lì nessuno sapeva chi era, nessuno sapeva quanto era stato importante. Andava lì tutti i giorni da quel 10 aprile, nessuno aveva mai accennato ad averlo riconosciuto, non voleva certo essere adulato, ma insomma, bastava poco per riconoscerlo. Lui stesso aveva cento copie di giornali con il suo volto stampato in prima pagina.
«Mi scusi»
La voce di una ragazza, il rumore della sedia strisciata sul pavimento: si era seduta e aveva appoggiato qualcosa sul tavolo, qualcosa di abbastanza pesante. L'uomo avrebbe voluto abbassare il giornale e guardare in faccia la proprietaria di quella voce.
«Non serve che abbassa il giornale» disse lei secca, come se avesse letto nel pensiero del castano.
«Lei non sa chi sono...» disse, ma dal tono sembrava normale non sapere chi fosse. «... Ma io so chi è lei».
Un balzo nel cuore dell'uomo, cominciò a chiedersi chi fosse quella ragazza. Pochi minuti prima era quasi triste di non essere riconosciuto, ora invece era d'un tratto terrorizzato. Che fosse una giornalista ficcanaso? Una stalker innamorata?
«Non si preoccupi, non sono di certo pericolosa» il tono dell'interlocutrice divenne d'un tratto gentile. «Ma ho bisogno che lei venga con me» continuò senza troppi giri di parole. «Adelphi hotel, stanza 4, ore 18 di questa sera, immagino sappia dove si trova». Certo che sapeva dove si trovava l'Adelphi: era uno degli hotel più lussuosi a Liverpool, ci era stato una volta, con gli altri, sembrava passato un secolo.
«Nome?» chiese l'uomo, non voleva estorcere l'identità della giovane, insomma, voleva farlo, ma in realtà aveva bisogno di un nome per accedere alla stanza. «Non vi servirà» disse la ragazza bruscamente «Ci presenteremo stasera a tempo debito» specificò.
Il legno della sedia scricchiolò in modo da far intendere che l'interlocutrice si stava alzando.
«Spero che si fiderà di me, dopotutto non può vivere a caffè corretto e sigarette per tutta la vita, no?» il tono ironico voleva indurre forse il castano ad accettare quell'incontro? Dopotutto cosa aveva da perdere ancora?
«Vedrò di esserci» sbuffò mentre una nuvola di fumo si levava da sopra il giornale, la sua voce era rauca.
«Ne sono davvero felice, signor Harrison» disse la ragazza prima di andarsene, le ultime parole come un sussurro detto con un sorriso.
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⠀،، 𝒀𝐄𝐒𝐓𝐄𝐑𝐃𝐀𝐘 ¡! 𝐆. 𝐇𝒂𝒓𝒓𝒊𝒔𝒐𝒏
Historical Fiction⠀⠀⠀⠀⠀⠀،،⠀𝑰'𝐌 𝐍𝐎𝐓 𝐇𝐀𝐋𝐅 𝐓𝐇𝐄 ⠀⠀⠀⠀⠀⠀15 𝒂𝒑𝒓𝒊𝒍𝒆 1970, 𝒊𝒍 𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 ⠀⠀⠀⠀⠀⠀𝒆' 𝒇𝒊𝒏𝒊𝒕𝒐, 𝒄𝒊𝒏𝒒𝒖𝒆 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒊 ⠀⠀⠀⠀⠀⠀𝒇𝒂 𝒊 𝑩𝒆𝒂𝒕𝒍𝒆𝒔 𝒔𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒔𝒄𝒊𝒐𝒍𝒕𝒊. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒊𝒐' 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒊𝒎𝒂𝒏𝒆 𝒆' ⠀⠀⠀⠀⠀⠀𝒖...